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Misfatti e Menzogne

Insulti satirici - 27 ottobre 2012

Insulti satirici: il volto brutto del bel Ticino

di FABIO PONTIGGIA (Corriere del 27 ottobre 2012)
Il bel Ticino non è quello dell'associazione dell'avvoca­to Paolo Bernasconi, mani­chea e selettivamente morali­stica. Il vero bel Ticino è quello delle persone che vi abitano e lavorano sodo nel silenzio e nel rispetto delle regole, si confrontano sul piano delle idee, si impegnano, con il loro spirito d'iniziativa, la loro creatività e com­petenza, per far progredire la comu­nità, per risolvere i molti problemi con cui questo fazzoletto di terra è confrontato, senza autoincensamenti, senza calare lezioni a tutto il Paese dall'alto di una proclamata ma inesi­stente superiorità morale. Il volto brutto di questo bel Ticino è quello di chi non rispetta le regole o corre pericolosamente sul crinale che separa la legalità dall'illegalità, occu­pa cariche pubbliche per fare i suoi affari, non sa dibattere senza attacca­re e insultare le persone che la pensa­no diversamente, vive di rancori vec­chi e nuovi. È anche quello di chi applica sistematicamente la logica dei due pesi e delle due misure, crede dogmaticamente che il bene sia sem­pre dalla sua parte e il male da quel­la degli altri, vede la pagliuzza ma non la trave, predica bene e razzola male. È il brutto Ticino che non con­templa nel suo vocabolario termini quali correttezza, rispetto, dignità, responsabilità, coerenza, equità, one­stà intellettuale. Questo abbrutimento non è prerogativa di un certo leghi­smo: è politicamente trasversale. Il caso della rivista socialista «Confron­ti» lo conferma. L'articolo con le dieci domande al figlio del presidente della Lega è una sequela di insulti di rara violenza e cattiveria, per ora sanzio­nati dalla magistratura. Il Partito so­cialista, sempre in prima fila a de­nunciare i metodi e il linguaggio le­ghisti, sembra irrigidirsi a difesa dell'indifendibile, cioè degli stessi me­todi. In questo brutto Ticino, il vero bel Ticino non si riconosce proprio. E per far valere la sua diversità, non ha bisogno di proclamarlo ai quattro venti. Si distanzia quotidianamente da quei metodi semplicemente non applicandoli. Li delegittima non con l'enfasi ipocrita delle parole spese a buon mercato, ma con la pacatezza dei fatti, cioè con la correttezza e l'o­nestà dei suoi comportamenti. La barbarie non si combatte con la bar­barie, ma con la civiltà.