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Rassegna stampa

Colpevole per legge

di Daniela Carugati (La Regione del 29 settembre 2017)

Ieri mattina a Lisa Bosia Mirra sono bastati pochi minuti per capire che il verdetto non le sarebbe stato favorevole. Anche per la Pretura penale di Bellinzona la co-fondatrice dell’Associazione Firdaus è colpevole. Nell’aiutare quei 24 cittadini stranieri, per lo più eritrei e siriani accampati alla stazione di Como, a superare, fra il 18 agosto e il primo settembre dell’anno scorso, la frontiera sud del Paese e a prendere la via del nord, della Germania, ha violato la legge, macchiandosi di un reato. Nulla, neppure la spinta umanitaria che ha animato la 43enne deputata socialista, e con lei un gruppo di persone (tutte raggiunte da un decreto d’accusa, talune già condannate), è valso ad attenuare la sentenza. Di fatto, il lungo dispositivo del giudice Siro Quadri ha ricalcato in tutto e per tutto l’impianto accusatorio della procuratrice pubblica Margherita Lanzillo. Inclusa la pena pecuniaria di 80 aliquote giornaliere (da 110 franchi l’una), sospesa per due anni. Per le argomentazioni della difesa non c’è stato spazio. La legge sugli stranieri, ha scandito il giudice, c’è e non è vaga. Anzi, è «giusta, perché emanata dal nostro parlamento. Oggi posso solo dire che è severa». Ergo, non le si può sfuggire. Un epilogo che ha lasciato l’amaro in bocca al drappello di persone che, fin dalla prima ora, sta sostenendo Lisa Bosia Mirra. «Hanno condannato l’umanità», ci dice, avvicinandoci al termine dell’udienza, una di loro. Lei, Lisa Bosia Mirra, dal canto suo, non intende arrendersi. E neppure dimettersi dalla carica di granconsigliera (vedi sotto). Non finché non sarà scritta la parola fine sull’intera vicenda. In effetti, dopo le cautele iniziali, soprattutto del suo legale, l’avvocato Pascal Delprete, la co-fondatrice di Firdaus ha annunciato tramite l’‘Osservatorio giuridico’ che sta accompagnando la sua storia, che presenterà ricorso in appello. Quanto basta per ricordare che, finché la sentenza non sarà definitiva, continua a prevalere la presunzione di innocenza. Il primo a non mettere in dubbio «i valori ispiratori, l’impegno profuso e la sofferenza dei migranti», per i quali la 43enne si è «adoperata fino allo stremo per portare sollievo», è stato proprio il giudice Quadri. Il punto, emerso in modo chiaro durante la lettura del verdetto, è un altro ed è squisitamente giuridico: non è possibile discostarsi dal diritto. Sta tutto lì, nell’articolo 116, al capoverso 1, lettera a, della Legge sugli stranieri del 2008. Una norma, ha tenuto a sottolineare ancora il giudice, scritta in base al diritto Costituzionale e alla giurisprudenza recente e di cui la 43enne era ben consapevole. Certo in questa storia lo scopo di lucro non c’entra nulla, si dirà. Per la legislazione, però, non fa differenza. Infatti, ha voluto ricordare Quadri, si «punisce anche colui che non trae un vantaggio economico dal proprio agire». Qui non c’è di mezzo la questione patrimoniale, ma piuttosto la «sicurezza nazionale». Tant’è che si è considerato il ‘modus operandi’ della cofondatrice di Firdaus, accusata di aver fatto da ‘staffetta’ a quanti trasportavano i migranti, «abbastanza elaborato». E tale da mettere in atto indagini preventive ed espedienti con l’obiettivo di eludere i controlli delle guardie di confine, intralciando, ha scandito il giudice, il loro operato. Un agire durato circa 2 settimane, «con una assiduità quasi giornaliera». Un aiuto dato a migranti scelti senza criteri «prettamente scientifici o istituzionali, ma in base ai loro racconti e dopo aver analizzato la gravità delle indescrivibili sofferenze patite lungo il viaggio della salvezza». Altre, si è fatto capire, potevano essere le modalità con cui dare una mano a quanti affollavano il campo improvvisato alla stazione lariana, accettando i tempi propri alla politica d’asilo. Come altre, ha rilanciato il giudice, sono le sedi nelle quali perorare la causa dei profughi e correggere quelle che sono considerate delle anomalie o delle ingiustizie. I migranti di Como, ha motivato ancora, si trovavano in Italia, «non in uno Stato dittatoriale, nazista o, in generale, lesivo dei diritti dell’uomo». Ecco che agli occhi della giustizia Lisa Bosia Mirra ha forzato la legge, «pretendendo di decidere da sola, o con altri, se una persona fosse meritevole del diritto d’entrata». Il suo operato doveva fermarsi alla... frontiera.