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Rassegna stampa

L'antipolitica e le cadreghe

L’antipolitica e le cadreghe

Aldo Bertagni (La Regione del 22 giugno 2017)

Sono tempi strani, in cui cresce la disaffezione alla politica – non sempre a torto – e al contempo si premiano proprio coloro (si definiscono movimenti, perché innovativo) che ogni giorno distruggono i pilastri di quella stessa politica così tanto incompresa e, si dice, lontana dai cittadini, dalla società civile. C’è qualcosa che non torna e ha il sapore della beffa (per la maggioranza degli ignavi, come sempre), ma considerazioni generali a parte, in Ticino abbiamo la “fortuna” di vivere forse meglio di altri – certo meglio del resto della Confederazione – questo strano e contraddittorio fenomeno. Siamo un vero laboratorio e, passato ormai lo stupore, se ne stanno accorgendo anche oltre S. Gottardo (come leggere altrimenti tanta presunta generosità nella concessione di un seggio in Consiglio federale?). L’ultimo esempio tangibile è andato in scena in questi giorni in Gran Consiglio col dibattito e voto sui conti consuntivi 2016 dello Stato. Un plauso va alla relatrice commissionale Pelin Kandemir Bordoli che ha saputo mettere al centro della discussione non solo le cifre nude e crude delle finanze cantonali (che peraltro sono più rosee del previsto dato che registrano il dimezzamento del disavanzo), ma anche il disagio sociale raccontato dalle prestazioni cantonali. Un solo dato: un cittadino ticinese su sei fa capo ai sussidi pubblici per sbarcare il lunario. Avete letto bene, uno su sei! Obbligatorio, vien da dire, per chi si occupa del benessere dei ticinesi chiedersi cosa stia capitando, a prescindere dal pareggio dei conti cantonali che sarà anche una buona cosa ma non risolve la diffusa precarietà testé riferita. Anche se certo non si può chiedere allo Stato di affrontare da solo i cambiamenti epocali che negli ultimi decenni hanno investito il mondo del lavoro. Sta di fatto che in pochi anni, in Ticino più che altrove in Svizzera, è aumentata la sottoccupazione e si è fragilizzato il sistema retributivo per dinamiche dettate da una sacrosanta libertà (dei fondi, dei servizi, delle merci, delle persone) mal governata. Perché permette a chi vuole approfittare delle debolezze strutturali, di farlo senza grossi intoppi. In sintesi il problema non lo pone chi lavora, ma chi fa lavorare a condizioni non dignitose. Un grosso problema che genera diseguaglianza e tensioni sociali. O anche “solo” disaffezione e sfiducia nelle istituzioni, per tornare alla contraddizione iniziale. Ebbene, di tutto questo si è discusso per due mezze giornate in parlamento con tesi diverse e anche contrapposte, come vuole la democrazia. Salvo i deputati della Lega dei Ticinesi che sono rimasti zitti, tutti, e non hanno votato. Per protestare, si è saputo, contro la decisione del Consiglio di Stato sul casellario giudiziale. Dunque per ripicca nei confronti della maggioranza del governo, i leghisti hanno deciso di non esprimersi sull’unica, vera emergenza ticinese: la precarietà del lavoro. Perché certo, fare politica – dire come la si pensa – in un simile contesto non “porta a casa” granché; non porta poltrone, potere effettivo. Perché quando invece conta, i leghisti partecipano eccome. Vedi le cariche nei vari enti pubblici e parapubblici, nonché giudiziari. È quanto di peggio si possa auspicare, rudemente evidenziato dalla stessa Lega, alla sua nascita, contro i notabili politici del secolo scorso. Siete attaccati alla “cadrega”, sostenevano i leghisti della prima ora. Oggi sono loro a restare ben attaccati alla poltrona, senza fiatare ma incassando il gettone di presenza. Come dire, passata la gioventù e tramontata anche l’innocenza. Cosa resta?