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Rassegna stampa

L'età del furore - 12 febbraio 2017

L’età del furore e del pregiudizio anti straniero

Stefano Pianca (Il Caffè del 12 febbraio 2017)

Stato di grande eccitazione e turbamento mentale”. Così il vocabolario Treccani sul significato di “furore”, che è il sentimento esibito pubblicamente dal direttore delle Istituzioni Norman Gobbi nel commentare davanti alla stampa lo scandalo corruzione con epicentro l’Ufficio migrazione. “Furibondo” si è detto il ministro. Quasi a farsi catalizzatore di un’arrabbiatura collettiva che lui ha l’ingrato compito di digerire. Ma, a rifletterci bene, è impresa improba smaltirla tutta. Anche per lui. Perché la rabbia è ormai il metro con cui si giudica la realtà quotidiana in Ticino. Con effetti spesso insensati, poiché furia e rancore - come il vino e non per nulla si parla di furore bacchico - tendono ad annebbiare le menti. Che, così ottenebrate, non si accorgono più della contraddittorietà dei giudizi.

Accade, e sono due esempi speculari della medesima incoerenza di fondo, che tra la gente - ma anche su siti e social ormai diventati lo specchio immediato (dunque non mediato) del sentire popolare - è di moda scagliarsi con forza contro il programma “Via Sicura”, accusato non senza ragione di avere introdotto sanzioni troppo severe (da aula penale) contro chi commette infrazioni alla guida. “Viviamo ormai in uno stato di polizia”, è lo sfogo di molti cittadini. All’origine della stretta in materia di circolazione stradale c’è naturalmente una buona causa: la sicurezza fisica e l’incolumità delle persone che si spostano sul territorio.

Motivazioni di sicurezza, economica e sociale, paiono essere - oltre al mantra della politica, le ragioni di risparmio - i motivi che hanno spinto Gobbi, sempre lui, a riorganizzare l’apparato del controllo sui permessi di dimora e per i frontalieri. Chiusi gli sportelli amministrativi, gli stranieri dovranno in futuro presentarsi davanti alla polizia che verificherà sia i documenti d’identità, sia le reali motivazioni della loro presenza in Ticino. È una sottile sfumatura? Mica tanto. Rivela piuttosto l’atteggiamento di diffidenza nei confronti di chi dall’estero viene qui per lavorare. Ma nessuno, a parte l’Aiti, ha gridato a una deriva poliziesca. Semplicemente perché noi siamo noi, e loro... beh, si sa.

Poi ci si può sempre superare. Come nel caso dei permessi facili, dove l’origine delle persone - il kosovaro, il turco, l’italiano - è diventata chiave di lettura e spiegazione dell’accaduto. Non è forse neo-lombrosiano il ministro che si vanta di avere limitato ai soli cittadini svizzeri le assunzioni in seno alla Sezione della popolazione? Orgoglio e pregiudizio nostrani. È l’illeggibile romanzo dei nostri giorni.