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Rassegna stampa

Dal voto popolare al vittimismo - 5 novembre 2016

 Giovanni Lepori (Corriere del 5 novembre 2016)

Quanto sta avvenendo in Svizzera e Ticino a seguito dell’approvazione popolare dell’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» e dell’iniziativa «Prima i nostri» è per certi versi sconcertante. Ma al tempo stesso, purtroppo, non è affatto sorprendente. E non mi riferisco alle difficoltà, peraltro ampiamente previste, a tradurre in pratica i principi votati dal popolo; quanto piuttosto all’atteggiamento di chi ha promosso e sostenuto queste stesse iniziative.

Tanto a livello nazionale che cantonale infatti, UDC e alleati, preferiscono atteggiarsi a vittime di non si sa bene quali macchinazioni aliene, invece di assumere un ruolo attivo e propositivo. Da quando queste iniziative sono state promosse – e son passati diversi anni ormai – non è infatti venuta da parte loro una sola proposta concreta e realista: che abbia quindi la forma di precise modifiche di legge, e non quella di generici e facili slogan. Preferiscono insomma continuare a strillare, contro tutto e contro tutti, invece che assumersi le proprie responsabilità. Un atteggiamento probabilmente pagante in termini elettorali, ma ben poco utile agli interessi del paese che pretendono servire.

Nel gridare al «colpo di Stato» perché sia stata proposta un’applicazione «light» del testo costituzionale votato il 9 febbraio 2014, l’UDC dimostra poi, come minimo, di applicare disinvoltamente la politica dei «due pesi, due misure». Che ha fatto ad esempio quel partito in materia di applicazione della «iniziativa delle Alpi»? O di quella della «iniziativa Weber» sulle residenze secondarie? Forse che si trattava di iniziative di serie B, votate da un popolo di serie B?

In merito all’applicazione dell’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» sembra peraltro siano ora in molti – dal Consiglio federale al mondo economico, fino alla stessa UDC – a ritenere che una soluzione si possa trovare solo attraverso una nuova votazione, con la quale la popolazione possa esprimersi in modo chiaro sul futuro dei nostri rapporti complessivi con l’Europa. Quando il primo agosto di qualche anno fa, lo disse un consigliere di Stato ticinese, sembrava avesse bestemmiato in chiesa. Ora pare invece essere una banale constatazione. A ulteriore conferma che la politica – o almeno certa politica – comincia dove finisce la ragione.

Giovanni Lepori, Terre di Pedemonte