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Rassegna stampa

Welfare o rifugiati? - 31 ottobre 2016

La chiusura? Fallimentare e sbagliata. Dobbiamo puntare sulla diversità etnica e culturale

di Andrea Ghiringhelli (La Regione, 31 ottobre 2016)

Liberté, égalité, fraternité è la triade che, variamente interpretata, è riconosciuta a fondamento dello Stato liberale e democratico: apparve per la prima volta, nell’art. 4 del preambolo della Costituzione francese del 1848. Gli eventi successivi ci hanno insegnato che i principi enunciati sono seducenti, ma la loro applicazione risulta controversa e un armonioso equilibrio è assai difficile da ottenere. Secondo il filosofo Edgar Morin “la sola libertà distrugge l’uguaglianza e corrompe la fraternità, e l’uguaglianza imposta distrugge la libertà senza rivalutare la fraternità; solo la fraternità può contribuire alle altre due”. Vero: e infatti nella storia del pensiero moderno si discute incessantemente su come miscelare sapientemente gli ingredienti per conseguire una ‘giusta’, un’‘equa’ libertà.

Liberté, égalité, fraternité?

Oggi, purtroppo, la triade è piuttosto malandata: una libertà male interpretata ha generato prevaricazioni, abusi e forme evidenti di oppressione economica e sociale; le diseguaglianze sono diventate devastanti e il rigurgito di varie forme di sciovinismo, alcune con evidenti pennellate di razzismo e xenofobia, ci suggerisce che la fratellanza non è molto praticata. C’è da dire che la solidarietà non è un pilastro dell’ideologia neoliberista che ci governa, da qualcuno definita sociopatica perché riflette il modo di ragionare, indifferente alle regole sociali, di un’infima minoranza di ricchi sempre più ricchi a spese di tutti gli altri: solidarietà e giustizia sociale non sono contemplate nel programma neoliberista e la crescente forbice sociale ne è la testimonianza. Parecchi studiosi osservano, a ragione, che il neoliberismo è antipolitico perché non persegue il ‘benessere comune’ (che dovrebbe essere il fine della politica) e la diseguaglianza fa parte della sua natura: quindi è inevitabile. La tragica crisi migratoria si innesta su un tessuto sociale già logorato da paure e timori di ogni tipo. Si teme per il posto di lavoro, per la propria sicurezza, per i privilegi acquisiti e una parte cospicua dei cittadini – in Svizzera si parla del 58% – ritiene di essere avviata verso tempi bui: è il cruccio della classe media. Il flusso migratorio, realtà quotidiana dell’Europa, non fa che aggravare i disagi perché i migranti sono considerati una minaccia per ‘il benessere della società’ e quindi, indirettamente, diventano i capri espiatori delle nostre ansie. E c’è chi, anche alle nostre latitudini, consiglia, per premunirsi, di ributtarli a mare e di portare i cingolati alle frontiere: i social media pullulano di simili attestazioni non molto edificanti. L’incontro fra queste due realtà, una società sfiduciata e la grande crisi migratoria, ha alimentato ed esasperato due forme di populismo1, entrambe con una forte componente identitaria: un populismo di destra che mette al centro il concetto di frontiera, e un populismo trasversale che guarda con ansia alle sorti dello Stato sociale e che l’amico politologo mi suggerisce di riassumere nel concetto assai efficace di welfare chauvinism.

Il populismo della frontiera

Mette in primo piano il tema dell’identità, un concetto ignoto e ignorato prima degli anni 60 dello scorso secolo ed esploso nell’ultimo decennio: è diventato il cavallo di battaglia delle destre europee che fanno leva su timori, insicurezza, paure e ansie alimentate non poco dai mass media che ogni giorno paventano gli effetti della crisi migratoria sul nostro mondo. Il flusso ininterrotto di questa umanità disperata che si riversa in Europa ha suscitato un vero e proprio ‘panico morale’: si ripete da più parti che il nostro benessere è messo a repentaglio e si auspicano le chiusure delle frontiere: il principio dell’inclusione illimitata, secondo cui uno dei fondamenti di un Paese democratico è il dovere dell’ospitalità e dell’accoglienza a profughi e perseguitati, è respinto e rifiutato. Il mito dell’identità diventa quindi una strategia di difesa che, esaltando i principi dell’integrità e della completezza di una comunità nazionale, asseconda il proliferare di ideologie esclusiviste: la nozione che si impone è quella della contrapposizione fra ‘noi’ e gli ‘altri’, e gli ‘altri’ sono una minaccia per il nostro mondo. La funzione del discorso identitario è appunto quella di erigere barriere, di modellare il passato a partire dalle esigenze del presente, di escludere chi sta fuori. In questa prospettiva, migranti e stranieri servono a mascherare i guasti della globalizzazione e del neoliberismo sfrenato e diventano i responsabili delle nostre miserie, i capri espiatori delle nostre difficoltà, i bersagli immediati del malcontento diffuso: i migranti sono gli estranei che mettono a repentaglio il nostro benessere e l’ordine sociale. La questione, la grande questione è che per troppo tempo abbiamo vissuto il mondo delle guerre e dei conflitti, nelle varie parti del mondo, dall’Afghanistan, alla Siria, all’Iraq, con un evidente senso di estraneità, di indifferenza, di distacco come se quella realtà, lontana e periferica non ci concernesse. Oggi, quel mondo è qui, a casa nostra, e ci guarda in faccia con gli occhi di uomini, donne e bambini in carne ed ossa, e noi, intimoriti, erigiamo frontiere e ci chiudiamo nella gabbia dorata della nostra fasulla identità e li escludiamo dalle nostre coscienze. I migranti chiedono, con mille ragioni, il riconoscimento dei diritti fondamentali, ma le politiche europee non vanno in questa direzione, con clamorose contraddizioni. Emblematico il caso dell’Ungheria: condanniamo il premier magiaro come una cattiva persona perché illiberale verso i cittadini del suo Paese e gli diamo ragione quando è illiberale e disumano verso quelli che stanno ‘fuori’, verso i migranti che scappano dalla miseria, dall’oppressione, dall’atrocità della guerra2. Il fatto che non si avverta l’insostenibilità di un simile comportamento dà le dimensioni della nostra schizofrenia e di una incongruenza che viene appianata solo aggrappandosi al mito identitario che diventa alibi e pretesto di ogni nefandezza: mette sempre al centro la distinzione fra ‘noi’ e ‘loro’, fra il positivo e il negativo, fra il nostro mondo pulito e sano e il mondo degli ‘altri’. E il mondo degli ‘altri’ viene escluso dalla nostra coscienza. Ecco allora le grandi operazioni di respingimento alle frontiere, senza distinzioni di età e di sesso e nemmeno le barriere erette di fronte a migliaia di minorenni, di bambini abbandonati a sé stessi, sembrano suscitare particolari tentennamenti di coscienza da parte della politica: i respingimenti rappresentano semplicemente l’eliminazione dell’altro, e non è un caso che circoli fra gli osservatori più sensibili il termine di adiàfora, termine impiegato per indicare ciò che lascia l’animo indifferente: è pure l’indifferenza della politica cantonale al cospetto dello smembramento di famiglie, di espulsioni oltrefrontiera di padri o madri o figli per mancanza, si diceva, dei requisiti economici minimi. Di fronte a episodi di questo genere abbiamo perso perfino la capacità di vergognarci: e i ravvedimenti tardivi non cancellano le colpe. Io vorrei solo fare osservare ciò a cui il direttore di questo giornale ha accennato in un suo editoriale: proprio in funzione di questa identità che ci deve distinguere e proteggere dalla minaccia degli ‘altri’, rispunta la teoria distorta delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. E ancor di più, in un periodo di insicurezza e di forte compressione delle nostre libertà ci sono gruppi e movimenti che esaltano surrettiziamente le virtù dello Stato laico e liberale, ma poi nei fatti perseguono un concetto di identità sempre più calcata sul principio dello Stato etnico, che poco ha a che vedere con l’idea di pluralismo e democrazia. In realtà l’esaltazione della componente cristiana e allo stesso tempo della laicità dello Stato, ognuno lo può constatare, hanno una funzione puramente strumentale e oppositiva nei confronti dell’alterità, dei migranti e delle altre culture: marcano il rifiuto della diversità, legittimano le ideologie esclusiviste e le politiche di esclusione. Tutto ciò comporta un progressivo impo- verimento culturale perché al dialogo, alla valorizzazione delle differenze si sostituisce un rapporto di ostilità e di avversione.

Il populismo del welfare chauvinismo

Il solito amico politologo mi fa osservare come tutto questo abbia pesanti ripercussioni sul modello redistributivo dello Stato sociale e richiama opportunamente la nozione di welfare chauvinism, di sciovinismo del benessere che è la conseguenza della politica di identità alla base di tutti i nazionalismi: l’inclusione dei migranti, degli stranieri non è totalmente negata ma sottintende che la priorità deve essere data ai ‘nativi’, ai cittadini originari: in alcuni casi estremi il discorso attorno allo Stato sociale assume le tinte dell’etnonazionalismo e del razzismo che sono una peculiarità vistosa dei populismi di destra. Oggi con il termine di sciovinismo del benessere si intendono quei comportamenti che vedono nei migranti un fattore di aggressione al proprio sistema sociale. ‘O il welfare o i rifugiati’ è lo slogan delle destre antieuropee che della politica di esclusione degli stranieri dal godimento delle prestazioni dello Stato sociale fanno il loro cavallo di battaglia. I segnali si avvertono anche da noi: il sequestro dei beni dei migranti, gli esiti della votazione sull’immigrazione di massa e in particolare, nel Ticino, il successo di ‘Prima i nostri’ sono una risposta all’insicurezza sociale e vanno tutte nella direzione di una politica di esclusione. L’obiettivo finale mi pare evidente: le prestazioni dello Stato sociale dovrebbero essere riservate ai nativi. Io penso che, in un contesto ‘condannato’ ad accettare sempre di più la diversità etnica e culturale, la via della chiusura sia fallimentare e sbagliata perché genera pericolose discriminazioni ed è uno sfregio alla triade citata in apertura. Piuttosto è necessario elaborare e concepire politiche sociali inclusive e non discriminatorie che consentano allo straniero, all’immigrato di godere dei benefici dello Stato, dei diritti e doveri di cittadinanza, quindi di lavorare, pagare le tasse, e concorrere al benessere generale. Bisognerebbe insomma che la politica dei politici recuperasse il principio dell’inclusione illimitata, che è principio imprescindibile della democrazia. Doveva essere, questo principio, il pilastro della nuova Europa ma oggi i venti soffiano in direzione opposta e la politica sembra averlo accantonato.

1. Oggi il termine è spesso impiegato per chiunque dissenta dal pensiero dominante o addirittura tutti coloro che non la pensano come noi. Io il termine lo applico a tutti quei partiti o movimenti che, con una drastica semplificazione della realtà, concepiscono il popolo come un tutto omogeneo, caratterizzato dalla tendenza alla contrapposizione fra ‘noi’ e ‘gli altri’.

2. L’esempio, assai emblematico, è tratto dall’ultimo lavoro di Z. Bauman, ‘Stranieri alle porte’, Bari 2016.