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Rassegna stampa

Vince la Svizzera burocratica - 12 ottobre 2016

di Beat Allenbach (Corriere del 12 ottobre 2016)

Uomini, donne e bambini fuggiti dai loro Paesi si trovano in gran numero a Como e dintorni sperando di poter attraversare la Svizzera per raggiungere la Germania, la Svezia o altri paesi del nord. Solo una minoranza, apparentemente, vorrebbe chiedere asilo in Svizzera; parecchi sono minorenni non accompagnati. Le guardie di frontiera non li fanno passare.

Ci sono molte persone che dicono di avere parenti nei paesi del nord, in tanti casi sarà anche vero. Perciò ho chiesto alla Segreteria di Stato della migrazione (SEM): cosa deve fare una persona che ha un parente stretto (genitori, fratelli, figli o zii) in uno dei paesi del nord? Basta una lettera che conferma che la persona in fuga ha dei parenti o ci vuole un attestato dell’ambasciata del paese di destinazione?

La risposta dell’Ufficio stampa è stata lapidaria: «Per la sua domanda, di principio, è competente il Corpo delle guardie di confine». Poi la portavoce ha aggiunto che la Svizzera applica le regole europee, cioè l’accordo di Dublino, che la Svizzera non vuole diventare un paese di transito per migranti irregolari e ha ricordato che le persone in fuga non possono scegliere liberamente dove chiedere asilo.

Mi sono quindi rivolto alle Guardie di confine, e la risposta è stata ugualmente lapidaria: «Chi vuole entrare in Svizzera, anche solo per attraversarla, deve rispettare le condizioni secondo l’Art. 5 della legge sugli stranieri». Questa legge richiede alla persona di essere provvista di un documento di legittimazione riconosciuto, eventualmente anche di un visto; inoltre, deve disporre dei mezzi finanziari necessari al soggiorno.

Quindi alla domanda che cosa una persona in fuga deve fare per poter passare la Svizzera con lo scopo di raggiungere i parenti in un Paese del nord, non ho ricevuto una risposta. Ho allora rifatto la domanda, precisandola. Ma forse non mi sono fatto capire o, piuttosto, non si è voluto capire, poiché la risposta tempestiva è stata: «Per attraversare la Svizzera è indispensabile un documento valido ed eventualmente un visto. Se ha bisogno di informazioni sulla procedura d’asilo, si rivolga, per favore, alla Segreteria di Stato della migrazione». Quindi ricominciare da capo.

Le autorità svizzere sanno benissimo che una parte delle persone che aspettano a Como vorrebbero raggiungere i loro parenti. Ammettiamo che non tutti dicono la verità, tuttavia una parte di loro avrà veramente dei partenti nel Nord o nella stessa Svizzera. Ma allora, perché continuare a respingerli? In questa situazione le autorità svizzere e italiane al confine dovrebbero collaborare, fare una lista di persone che affermano di avere parenti stretti nei Paesi del Nord o in Svizzera. In seguito dovrebbero contattare o convocare le rappresentanze dei paesi in questione per verificare se nei loro paesi vivono veramente parenti stretti delle persone in attesa a Como. Se così fosse, i rispettivi paesi dovrebbero essere invitati a rilasciare un documento di viaggio per le persone in fuga bloccate a Como così che possano raggiungere i loro congiunti.

Evidentemente ciò richiede qualche lavoro supplementare. Tuttavia in una situazione d’emergenza come quella a Como basterebbe il buonsenso delle autorità per trovare una soluzione pragmatica e alleggerire la pressione al confine italo-svizzero. Certo, solo una parte dei fuggitivi in attesa a Como potrebbe partire legalmente con dei documenti, quelli che vorrebbero raggiungere la Germania per trovare lavoro sarebbero ancora respinti. Tuttavia i minorenni non accompagnati, anche quelli senza parenti da noi, dovrebbero aver accesso alla procedura d’asilo poiché particolarmente protetti, anche dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

La SEM e le Guardie di confine risponderebbero che compete alle persone in fuga organizzare un eventuale ricongiungimento familiare. Ribadisco tuttavia che queste persone in fuga – poiché non conoscono né la lingua locale, né le istanze, né le procedure per avviare una pratica – dovrebbero essere assiste dalle autorità presenti sul posto, cioè da quelle italiane e da quelle svizzere. La chiusura della frontiera e le risposte burocratiche citate qui sopra che si ricevono da parte delle autorità impediscono però ogni soluzione, ogni via d’uscita, e contribuiscono ad esasperare gli animi delle persone in fuga, come pure dei residenti.

Delle persone responsabili, come la consigliera federale Simonetta Sommaruga, dovrebbero prendere in mano la situazione e favorire una soluzione per uscire dal vicolo cieco. Altrimenti, è inevitabile porre la domanda se la Svizzera voglia deliberatamente impedire che si possa realizzare il ricongiungimento famigliare di persone che bussano alla frontiera. Ciò sarebbe una vergognosa sconfitta per la Svizzera, poiché significherebbe che la burocrazia ha ormai preso il sopravento sulla tradizione umanitaria del nostro Paese.