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Rassegna stampa

Rifugiati_ll parere di un parroco - 15 ottobre 2016

di don Oliviero Bernasconi, parroco di Genestrerio (Corriere del 15 ottobre 2016)

A distanza di 60 anni riprendo la penna per riproporre un parere su problemi che mi sembrano perlomeno simili. Allora avevo sostenuto che se a un soldato viene ordinato dal comandante di sparare a un commilitone condannato alla fucilazione, il soldato deve in coscienza rifiutare di obbedire. Si trattava, a mio parere, di «obiezione di coscienza». Ricevetti una telefonata, direi cordiale, dal segretario del Tribunale d’appello, amico di comuni amici. Tutto finì li.

Alla fine della Seconda Guerra mondiale due ticinesi graduati dell’esercito furono condannati per aver trattato con militari di altro Paese, in situazioni di grave conflitto bellico, senza la dovuta autorizzazione dell’autorità. La condanna fu poi cassata: uno poté continuare la sua carriera, l’altro dovette marciare sul posto, e accontentarsi di una lapide ricordo in quel di Chiasso. Ancora: in quel di San Gallo un capitano di polizia, Paul Grüninger, fu radiato dal corpo delle Guardie di confine per avere accolto ebrei certamente destinati alla soluzione finale, mentre sarebbe stato tenuto a respingerli. Sessant’anni dopo è stato riabilitato. Anche il Pastore Guido Rivoir è stato mandato assolto per aver aiutato centinaia di rifugiati illegali cileni ad entrare in Svizzera, negli anni ’70.

Come valutare questi casi? A me pare che alla radice di questi comportamenti vi sia l’urto tra una legge o un ordine e la coscienza personale, che non può accettare. Si noti che per qualche caso ben preciso (per esempio l’aborto) la legge stessa protegge tale rifiuto.

In queste settimane fa notizia una persona, per di più deputata al Parlamento cantonale, che ha aiutato o organizzato l’entrata in Svizzera di quattro minorenni, che per legge andavano respinti. Anche nel caso dei rifugiati la legge va rispettata: è evidente che in una democrazia la legge si rispetta o si cambia. È consentito però che, a chi rifiuta l’obbedienza, sia riconosciuta una diminuzione della pena per il reato commesso (perché di questo si tratta) quando sia stato compiuto per motivi nobili. E di motivi nobili (e, aggiungo io, dettati dalla coscienza) si parla in questa circostanza. A me sembra che questo caso rientri pienamente nel campo dell’obiezione di coscienza: ci sono di mezzo quattro giovani minorenni che fuggono da condizioni a dir poco disumane e tentano di entrare in Svizzera. Respingendoli finiranno, se tutto va bene, in situazioni precarie come quelle di Como, di Milano o di Lecce. Sia chiaro che non si accusa l’Italia, che fa quello che può fare, aiutata anche dall’estero, come ha fatto innanzitutto l’interessata. Ma non credo che minorenni così allo sbando troveranno l’accompagnamento necessario che li aiuti a maturare e diventare persone preparate ad affrontare con senso di responsabilità la vita. Rischiano di rimanere sempre girovaghi, randagi di qua e di là, ottima preda di loschi personaggi senza scrupoli – e senza coscienza – che si permettono di fare legge invece di obbedire alla legge.

Sono fermamente persuaso che di fronte a queste situazioni la coscienza dice di no. Vedremo come il Tribunale giudicherà in un caso così delicato.