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Rassegna stampa

Hanno anche un cuore - 22 settembre 2016

La globalizzazione dell’indifferenza e il pretesto identitario

di Andrea Ghiringhelli (La Regione del 22 settembre 2016)

Como estate 2016

Abbiamo passato vent’anni a fantasticare di come sarebbe stato il terzo millennio: le invenzioni, i robot, le malattie sconfitte, Marte colonizzato come se fosse un’isoletta esotica, la democrazia planetaria, la fine della Storia, l’arte… Ed eccolo, invece, il terzo millennio, è arrivato come forse mai nessun secolo arrivò così pieno di avvenire.

All’inizio c’erano uomini angustiati che non accadesse più nulla, che tutto fosse compiuto. Ora colonne di essere umani attraversano a piedi l’Europa, guadano fiumi, fanno crollare reticolati e muri. Flotte di imbarcazioni fradicie, zeppe di uomini attraversano il Mediterraneo... Come accade tutto questo? Guardiamo l’uomo che si orienta in queste tragedie, guardiamo noi stessi e capiremo.

La normalità del futuro

Domenico Quirico, l’autore di queste riflessioni, inviato e giornalista de ‘La Stampa’, ci sollecita a guardare agli uomini e a riflettere sulle nostre responsabilità per capire l’immane tragedia del nostro tempo1. L’appello non è casuale: la politica parla di flussi migratori, di masse che si spostano, ma fatica a capire e a riconoscere nel migrante l’uomo, con i suoi diritti imprescrittibili e inalienabili, quelli – tanto per intenderci – posti a fondamento della nostra democrazia. L’occhio della politica è freddo, distaccato, guarda dall’alto, vede non il singolo uomo ma la massa indistinta, senza volto, che considera alla stregua di un problema da risolvere perché – osserva qualcuno – disturba la nostra vita, il nostro benessere e produce paure e insicurezza. La politica insomma è poco propensa a fare uno sforzo di autocritica e non si interroga sulle cause prime di questo disastro umanitario. C’è in molti reggitori della cosa pubblica una totale mancanza di consapevolezza storica e il desolante squallore di certe affermazioni ci fa legittimamente concludere che l’ignoranza, purtroppo, non è più un ostacolo, se mai lo fu, alla carriera politica. Pochi avvertono – per parafrasare Edoardo Albinati, recente vincitore del Premio Strega –, come oggi vi sia ‘la massima concentrazione del non contemporaneo nel contemporaneo’. E infatti oggi il mondo ‘marginale’ – sfruttato, depredato, martoriato, bombardato, asservito agli interessi economici e geostrategici dell’Occidente – ci sta drammaticamente presentando la fattura del passato e pure del presente e chiede all’Occidente che il rispetto della dignità e dei diritti umani valga per tutti. La politica è sorda, e non percepisce con sufficiente consapevolezza che il flusso migratorio è irreversibile, fa parte di un mondo che è definitivamente cambiato e non potrà più essere quello di prima: insomma fatica ad assumere coscienza che la caratteristica della società contemporanea non è più l’omogeneità e l’immutabilità, bensì la disomogeneità, e l’‘arte di vivere con la differenza’ diventa quindi una necessità. Si continua a parlare il linguaggio dell’emergenza come se le migrazioni siano una sorta di incidente temporaneo, da contenere con barriere, muri e steccati, e il pugno duro e i muscoli debbono fare la loro parte. Questa palese incapacità, o forse inconsapevole rifiuto, di concepire le grandi migrazioni come la ‘normalità del futuro’, ha drammatiche conseguenze e invece di costruire ponti si erigono barricate, e si continua a sbagliare le soluzioni2.

La deumanizzazione della politica

Vi è una vera e propria deumanizzazione della politica, che coincide con la propensione a cancellare l’umanità delle persone, con le loro identità e i loro affetti: l’umanità degli individui è annegata nella massa anonima, che finisce per diventare un’entità indistinta, astratta, un semplice dato statistico. Questa svalutazione della dimensione umana è tangibile nel linguaggio di tanti politici: l’immigrato è considerato una ‘categoria’ e non una persona che soffre e cerca una vita dignitosa. Addirittura, nei casi peggiori – e siamo a una vera e propria perversione delle coscienze –, si parla dei migranti come di ‘materiale umano difficilmente assimilabile’ e addirittura per alcuni movimenti politici la diversità etnica è ancora considerata, non troppo occultamente, come sinonimo di irrazionalità e carenza morale.

La globalizzazione dell’indifferenza

Questa progressiva spersonalizzazione dei migranti, svuotati e privati di una vera e propria dimensione umana e quasi ridotti a oggetti, questo negare a ognuno di loro una propria individualità, ha avuto come effetto una sorta di globalizzazione dell’indifferenza che ci ha tolto la capacità di piangere: la sofferenza dell’altro non ci riguarda. La riflessione è di un grande imprenditore di solidarietà, il sacerdote Pierluigi Di Piazza che ci rammenta che l’accoglienza è un dovere umanitario e rinunciarvi significa negare la nostra umanità: la questione dei migranti, di quelle migliaia di persone che fuggono dalla guerra, dall’oppressione, dalla fame e dalla povertà, mette insomma alla prova il grado di umanità che esprimiamo o non esprimiamo. Non mi sembra, sotto questo aspetto, che la politica abbia superato la prova. E anche il nostro Cantone non mi pare abbia esibito particolari doti di grande sensibilità nei confronti di questa disperata umanità che altro non chiede se non di vedere riconosciuti i propri diritti di uomini, donne, e bambini: quei diritti che noi occidentali siamo pronti a rivendicare e pretendiamo per noi, ma non per loro. Un Consigliere di Stato ha denunciato l’‘imbarazzante apartheid che si consuma regolarmente in Ticino’ e ci ha informati – ma già lo si sapeva – che sono state smembrate famiglie, decretate espulsioni sulla base di pure valutazioni ‘giuridiche’. Gli psicologi sociali, in questi casi, parlano appunto di un processo di deumanizzazione, intendendo con ciò la propensione più o meno inconscia a pensare l’altro come ad un essere umano incompleto, una sorta di oggetto ‘su cui è lecito compiere azioni inaccettabili in un contesto normale’.

Ubbidire o disubbidire?

‘Dura lex sed lex’ ci dicono i fautori dei muri alle frontiere: non prevedono margini di discrezionalità e le valutazioni di tipo umanitario non sono contemplate. Nessuna attenuante quindi da parte loro per il comportamento della deputata socialista che, violando la legge, ha favorito l’ingresso clandestino nel Cantone di alcuni minorenni. Tanti esponenti della politica nostrana hanno emesso sentenze senza appello e si è parlato addirittura di atto delinquenziale, di vergognoso comportamento, di inammissibile violazione della legge. Siamo sicuri che sia così? Io vorrei solo far presente ai tanti benpensanti quanto ci ricorda, en passant, il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky in un laboratorio sul tema: quando la legge offende i principi ultimi, il sentimento di giustizia più elementare, allora l’ubbidienza alla legge diventa corresponsabilità nel crimine e, al dovere di ubbidienza, deve succedere il diritto di resistenza. C’è stato nel gesto incriminato un autentico desiderio di alleviare le sofferenze indicibili di queste persone? Magari un senso di vergogna per il modo con cui sono trattate e si spoglia l’applicazione della legge di qualsiasi sentimento umanitario? Se così è, difendo il diritto resistenza e il gesto incriminato è da riconsiderare: il passato è ricco di esempi illuminanti di violazione della legge per salvaguardare i diritti delle persone, in primo luogo il diritto alla vita. Forse sarebbe opportuno riconsiderare la proposta, discussa da eminenti studiosi, di riconoscere il diritto di resistenza come principio costituzionale fondamentale.

La solidarietà minacciata

Di fronte alle catastrofi umanitarie che caratterizzano il presente assistiamo a straordinarie attestazioni di solidarietà da parte della società civile, ma dovrebbe essere la politica a fare della solidarietà il grande principio ispiratore. Così non è, perché il veleno del credo neoliberista ha dilatato a dismisura le disuguaglianze e la forbice sociale sta ammazzando la solidarietà come principio di riferimento della democrazia. In politica la solidarietà, che dovrebbe coincidere con il riconoscimento dei diritti dell’altro, sta paradossalmente diventando, con il trionfo dei populismi di destra, l’esatto contrario: la solidarietà viene esplicitamente associata all’idea di separazione e implicitamente al rifiuto dello straniero percepito come un’oscura minaccia. Tutto ciò si traduce in una vera e propria ossessione identitaria, fatta di chiusure, di rigurgiti xenofobi, di proposte di isolamento degli stranieri in nome dei sacri valori comunitari. Il concetto di confine, che sembrava definitivamente bandito, è ritornato prepotentemente di gran moda e sta sgretolando l’idea di Europa e il progetto di una politica comune comincia a sbiadire.

 

La distorsione identitaria

Anche da noi, in Ticino, fior di politici hanno giustificato e giustificano chiusure e respingimenti degli stranieri in nome di una presunta identità ticinese che rappresenta una vera e propria falsificazione della storia. Forse ha ragione chi ritiene che l’identità altro non sia che il naturale tentativo di dare forma all’informe, il bisogno di aggrapparsi con la fantasia a immagini concrete ed evocative. Ma chi fa discendere la creazione del nostro Cantone a una volontà comune tradisce la storia e inventa il passato. Ed è ancor peggio quando il ministro di turno fa appello a presunti valori fondanti della coscienza comunitaria dei ticinesi per giustificare chiusure ad oltranza e respingimenti senza appello: così facendo offende gravemente quei Ticinesi che, da subito, hanno saputo difendere con tenacia, e rivendicare con orgoglio nel Ticino nascente, ‘l’intangibilità del diritto sovrano d’asilo’. Purtroppo, poggiare i propri argomenti su una distorsione del passato per finalità politico-ideologiche è operazione frequente, ma la decenza pone dei limiti che non dovrebbero essere valicati. Parliamo pure di identità, perché ogni comunità forse ha bisogno di qualche certezza: ma il riferimento identitario non deve servire, come sta succedendo, per entrare in conflitto con l’altro, bensì per superare il confine e ad esaltare la diversità e l’arte di vivere con la differenza come un valore imperdibile. L’impressione è che governanti e funzionari, da noi come altrove, non siano ancora in grado di padroneggiare nuovi strumenti culturali per affrontare con sufficiente discernimento e con una maturata consapevolezza storica un fenomeno complesso e irreversibile. E quindi ci si rifugia nel dettato giuridico: dura lex sed lex. E il continuo appello all’intransigenza della legge diventa la strada di comodo per evitare di fare i conti con la propria coscienza.