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Rassegna stampa

Da Lega a Lega, francamente... - 12 ottobre 2016

Matteo Caratti (La Regione, 12 ottobre 2016)

Oggi il governatore della Lombardia incontrerà chi ci governa. Conoscendo il motivo della ‘visita pastorale’ dei nostri dirimpettai italiani e visto che il nostro esecutivo è composto a maggioranza relativa da leghisti, sarebbe bello che il tutto avvenisse a porte aperte, nel segno della massima trasparenza e franchezza. Così potremo magari assistere a una prima: i leghisti del Sud della Svizzera (quelli di via Monte Boglia) pronti a dire una buona volta forte e chiaro ai leghisti del Nord Italia che tutto è relativo. Potrebbero dirlo a Roberto Maroni, utilizzando un gergo tanto caro a Matteo Salvini o ai nostri leghisti della domenica, della serie ‘Cari amici, se guardate i risultati delle urne qui in Ticino, vi rendete conto da subito chi qui ci sta sui maro…i. A noi ci state voi, come del resto a voi stanno i terroni o gli africani’. Ma tranquilli, tutto ciò non succederà. No, a palazzo delle Orsoline prevarranno i sorrisi, le strette di mano, le rassicurazioni e persino le lezioncine di civica sui principi del federalismo elvetico, sul fatto che ‘prima i nostri’ è ben lungi dall’essere realizzata e realizzabile, che passeranno ancora anni e che quindi Roberto Maroni e i suoi potranno ancora dormire sonni tranquilli. Peccato però – per i vari Maroni e Salvini – che l’esito del voto del 9 di febbraio contro l’immigrazione di massa e il recente voto su ‘prima i nostri’ con risultati chiarissimi sia scaturito da che cosa? Dalle urne, ossia da quella via quasi sconosciuta in Italia che i leghisti lombardi (ben radicati al Nord) da anni invocano come il migliore dei rimedi anche contro i loro mali: ossia permettere, proprio come fa la tanto osannata Svizzera, che venga data voce al popolo sovrano! Insomma: riuscire ad avere, come fanno i vicini Elvetici, gli strumenti magici della democrazia diretta e del federalismo, per finalmente poter indebolire la forza della Roma ladrona e centralizzatrice. Il colmo dei colmi è che, mentre i leghisti lombardi si sono molto rafforzati al Nord Italia, quelli nostrani – ispirandosi proprio agli slogan padani, alla voglia di recupero dell’identità locale e alla territorialità – hanno ricreato in una terra ancor più ricca della Lombardia lo stesso concetto e costruito il nostro fortino. Quindi, per coerenza, Paolo Beltraminelli (perché presidente del CdS), Norman Gobbi e Claudio Zali (perché leghisti) dovrebbero dire al presidente della Regione Lombardia semplicemente la verità, ossia: ‘Caro Maroni, avete un’opinione pubblica – la nostra – fortemente ostile e politici attualmente al potere (ossia noi) obbligati dalle urne a spingere sempre più in quella direzione. Ormai la via è tracciata e se non verrà implementata ‘prima i nostri’ – perché magari considerata da Berna non costituzionale – ne seguirà a breve una nuova’. E non da ultimo non è detto – se proprio vorranno mettere tutte le carte in tavola – che i nodi siano di stretta competenza cantonale! Se infine l’ospite insisterà nel chiedere il perché di tutta questa avversione, la riposta sarà ancora una volta molto, ma molto semplice: ‘Perché, caro amico Maroni, c’è qui chi ha imparato molto bene dalla tua Lega e ha potuto fare passi da gigante, passando dalle parole ai fatti, grazie ai diritti popolari’. Ma, come detto, tutto ciò non accadrà. Assisteremo né più né meno al solito scambio di saluti e due ‘cheese’ di circostanza per le foto di rito. Poi ciascuno tornerà a casa sua e ricomincerà più o meno come se nulla fosse a prendersela con chi sta al proprio sud. Del resto funziona, permette di raccogliere voti e di stare saldamente al potere.