...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

Storia di Ahmed - 10 settembre 2016

Storia di Ahmed, dalla Somalia a Rebbio

M.M. (La Regione del 10 settembre 2016)

È il grigio dei capelli di Ahmed, 24enne somalo, il colore della tortura. Il giovane migrante è ospitato nella parrocchia San Martino di Rebbio, quartiere di Como. Si regge in piedi a fatica. Le stampelle lo aiutano a spostarsi. Racconta, con particolari agghiaccianti, l’orrore che è stato costretto a subire in Libia. Racconto tradotto da una giovane universitaria comasca, volontaria da don Giusto Della Valle, parroco di Rebbio, missionario in Camerun, che dal 2011 ha aperto le porte della sua casa e dell’oratorio a profughi e migranti, soprattutto famiglie, donne sole con figli piccoli e minorenni. «Tre mesi nel deserto dalla Somalia, passando dal Sudan per arrivare in Libia – spiega il ragazzo –. Spesso senza acqua, non di rado picchiato dai trafficanti. Ho visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei maltrattamenti subiti. Alcune ragazze sono state stuprate davanti a tutti». Una volta in Libia? «Dopo aver subito episodi di violenza da parte della guardia costiera, sono finito in un centro di detenzione». Rinchiuso per due mesi e dietro le sbarre le torture. «Chiedevano in continuazione soldi, che non avevo. Con quei pochi che mi rimanevano, dovevo pagare gli scafisti». E, allora? «Mi hanno bruciato i piedi con continue scariche elettriche. Non contenti con sbarre di ferro mi hanno rotto entrambi i piedi. Strisciavo per terra. Quando finalmente mi hanno lasciato libero, con l’aiuto di alcuni connazionali sono riuscito a raggiungere il punto di imbarco». Su un gommone, assieme ad altri duecento, è arrivato due mesi fa a Lampedusa. Poi il trasferimento in un centro di accoglienza della Calabria. E da qui la risalita sino al profondo Nord dell’Italia: la stazione di Como San Giovanni. Ahmed c’è rimasto però pochi giorni. «Lasciarlo a Como nelle sue condizioni avrebbe significato aggiungere violenza a violenza», osserva don Giusto, che con la sua scassata utilitaria è andato a prendere il giovane. Attualmente la parrocchia di Rebbio ospita 30 profughi, compresa una famiglia con tre figli piccoli, e un numero analogo di migranti. Una grande famiglia. «I migranti non sono un peso, ma un dono», chiosa don Giusto. Si coglie l’eco della parole di papa Francesco: «I migranti non sono un pericolo, sono in pericolo». M.M.