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Rassegna stampa

Riflessioni sul LAC - 09 settembre 2016

Carlo Piccardi (La Regione del 9 settembre 2016)

A un anno della sua inaugurazione il bilancio che si può trarre dall’operatività del Lac (Lugano Arte e Cultura), a dispetto degli scettici, è senz’altro positivo. La festa di popolo che aveva segnato quel giorno, per certi versi insperata a fronte delle polemiche che ne avevano accompagnato l’edificazione, era già il segno che qualcosa di significativo per la nostra comunità con la sua apparizione si era determinato. Il seguito ha ancor più mostrato la necessità di tale struttura, al netto delle obiezioni che si sono manifestate su certe carenze strutturali e organizzative, in parte anche evidenti ma che non devono prevalere sul giudizio sostanzialmente favorevole che la parte matura della nostra cittadinanza è indotta a dare. Più che un esame di ciò che non è riuscito ad essere (magari da parte di chi irrealisticamente vi ha immaginato risultati iperbolici) va considerato l’apporto, grande o piccolo che sia, che la disponibilità di quanto offre ha cominciato a dare alla collettività.

Parte di un tutto collaborativo

Il primo risultato è rivelato dall’aver esso risvegliato la voglia di uscire di casa la sera non solo per godere della sua offerta teatrale e musicale ma anche per partecipare a una sorta di rito collettivo, nel senso che tale offerta non vale solo come univoca proposta che dal palcoscenico scende nella platea, ma è reciproca. Al Lac il pubblico non è solo spettatore ma si sente parte di un tutto, collaborativo, per la possibilità di mettere in mostra la sua presenza. Ne è complice l’idea architettonica delle scalinate esterne alla sala, aventi non solo una ragione funzionale (di accesso ai suoi vari gradi) ma che esibiscono il pubblico stesso come visibile parte dello spettacolo, in ciò riprendendo il principio che l’architetto Garnier aveva affermato nel progetto dell’Opéra parigina, da lui illustrato in Le Théâtre (1871) e in Le Nouvel Opéra de Paris (1885-1881), in cui si spiegava che quando due o più persone si riuniscono esse stesse diventano all’istante attori e spettatori di un dramma umano. Non per niente la planimetria dell’Opéra mostra l’esatta equivalenza volumetrica fra i tre spazi: palcoscenico, sala, accessi (scalinate e porticato), a rivelare come lo ‘spettacolo’ iniziasse con l’arrivo al coperto delle carrozze (primo grado della cerimonia), proseguisse sul grande scalone (‘escalier d’honneur’) in cui le signore sfoggiavano le loro ‘toilettes’, osservate dall’alto da coloro che più modesti, giunti a piedi, erano entrati dagli ingressi secondari, completandosi poi con la rappresentazione dell’opera vera e propria. Al Lac, come mai prima d’oggi a Lugano, il pubblico è indotto a prendere coscienza di sé, come fruitore ma anche come co-protagonista in un certo senso, a trovare una doppia motivazione: quella di assistere a una rappresentazione (e di applaudirla), e quella di sentirsi partecipe di una comunità culturalmente motivata.

Una solida collettività culturale

In ciò si realizza ciò che in Ticino finora non si era mai realizzato compiutamente, cioè l’emergere del senso di una solida collettività culturale manifesto nelle comunità urbane consolidate, in pratica nella borghesia che, anche in città piccole come quelle della Svizzera interna, diede vita e sostegno privato ai teatri, alle orchestre, alle sale di concerto. Una borghesia che, nella nostra realtà di scala limitata segnata dalla tradizione rurale, è sostanzialmente mancata, surrogata semmai da una borghesia di importazione: quella dei rifugiati italiani del Risorgimento, sicuramente borghesi e non proletari (si pensi al Conte Grillenzoni), poi quella degli anarchici e dei socialisti perseguitati in patria (pure rappresentanti di una élite), in seguito degli antifascisti, oggi dei benestanti stranieri residenti, finalmente invogliati dal Lac ad uscire dal loro privato. Inoltre è da considerare il turismo, altro fenomeno di importazione borghese che spiega la creazione dei nostri festival musicali sorti inizialmente in loro funzione (Settimane musicali di Ascona dal 1946 e dal 1953 dai Giovedì musicali diventati poi Concerti di Lugano), non a caso gestiti dagli enti turistici. Lungo è quindi stato il cammino evolutivo di queste istituzioni artistiche, che vanno accostate a tutte quelle che, fin dalla creazione del Cantone, gradualmente sono sorte a sostanziare la realtà di una “repubblica” (perché tale è e giustamente il paese si considera): la scuola pubblica, il Liceo cantonale a metà Ottocento, poi le biblioteche e gli archivi, i musei (ma con ritardo il museo cantonale), l’Orchestra della Svizzera italiana, l’Usi ecc. In qualche modo si è trattato di un miracolo: quante realtà della nostra entità numerica (360mila abitanti) possono vantare una simile articolazione? Il problema è che tale realtà si è retta e si regge in parte ancora su scelte istituzionali obbligate, formali e di insufficiente radicamento. Non ancora abbastanza diffusa è la coscienza della necessità di simili istituzioni, viste a volte (per non dire spesso) come un lusso, mentre sono fondamentali per reggere, in quanto minoranza culturale e linguistica, il confronto con le altre realtà del Paese. È come se fossimo a metà del guado, incerti se proseguire fino all’altra riva o se tornare indietro. Lo dimostra proprio il Lac di fronte alle obiezioni che pretendono un suo maggiore attivismo nell’attrarre turisti e nella concorrenza con Zurigo e Milano. Andrebbe invece detto chiaramente che la vera meritevole realtà del Lac, quella primaria, è la sua capacità di rispondere alle esigenze della nostra cittadinanza (della sua crescita culturale e della sua rappresentanza). È allora piuttosto paradossale (contraddittorio certamente) che sia il populismo di destra, quello di “Prima i nostri”, a pretendere dal Lac di essere più attrattivo per il forestiero e ad esigere che faccia cassa con code davanti agli sportelli del museo e della sala, anziché preminentemente al servizio del nostro territorio. “Prima i nostri” applicato al Lac dovrebbe essere semmai inteso nel senso di reggersi prioritariamente sul principio di essere un luogo in cui si riflette il territorio, nell’affermazione dei suoi valori e nell’aspirazione ad aprirsi al mondo e all’arricchimento grazie a ciò che dal mondo può venire.