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Rassegna stampa

Quei resti umani hanno un nome - 06 settembre 2016

Gianluigi Galli (Corriere del 6 settembre 2016)

Credo sia ora di dare un nome e cognome ai poveri «resti umani» trovati nella valle di Vergeletto e di spendere almeno qualche parola di rispetto verso questa vittima della nostra immigrazione. Il bracciante macedone, che ho avuto la fortuna di conoscere, si chiamava Nikola Hadziev. Proveniva dalla regione di Strumica. Da giovane aveva studiato matematica all’Università. Le difficoltà del suo paese e della sua famiglia l’hanno portato, già in avanti con gli anni, a intraprendere quella che un tempo si chiamava la «via della speranza». Nel Locarnese risiede una folta comunità di macedoni. Alcuni di loro, i primi ad arrivare, dopo aver assaggiato il pane duro dell’integrazione, hanno trovato e meritato il successo. Nikola ce l’ha messa tutta ma poi è scomparso in un precipizio della valle Onsernone.

Chi lo ha assunto per pochi soldi, senza darsi la pena di regolarizzarlo, ha messo in conto la sua scomparsa come si fosse trattato di una capra che la sera non rientra nella stalla. Nessun allarme, nessuna segnalazione, nessuna ricerca. Il ritrovamento casuale di «una gamba» ha mobilitato le autorità ma non ha svegliato le coscienze. Le coscienze assopite di un cantone che per difendere le proprie prerogative identitarie («prima i nostri») sta azzerando la cognizione del dolore vissuto dagli altri. Uno scrittore famoso, che ha soggiornato in quella stessa valle parecchi anni fa, parlando dell’immigrazione aveva scritto: «Noi svizzeri abbiamo chiesto braccia, sono arrivati uomini». Non aveva previsto che di questi uomini saremmo potuti arrivare a restituire, senza interrogarci, senza misurarci con la nostra umanità, solo «una gamba».

Gianluigi Galli, Locarno, Gruppo integrazione