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Rassegna stampa

La gita a Como - 06 settembre 2016

di Alberto Nessi, scrittore (La Regione, 6 settembre 2016)

Sul bus n 1 direzione San Fermo, un ragazzo nero tenta di scherzare, ma il pensionato che si regge in piedi con la mano aggrappata all’‘apposito sostegno’, lo raggela subito. Davanti a me tre donne orientali, forse badanti. Allegre, mi pare. Forse in libera uscita. La fermata è già prenotata e scendo accanto alla stazione Como San Giovanni.

Qui c’è l’accampamento di cui si parla in questi giorni. Faccio un giro fra le tende: qualche donna sdraiata sul prato, indumenti stesi ad asciugare su un filo teso fra due alberi, coperte, un grande peluche azzurro, un camioncino di plastica, sacchi della spazzatura. Due ragazzi tirano la palla cercando di infilarla in un canestro legato al tronco di un pino, altri giocherellano a calcio. Qualche bambino. Fra due faggi monumentali si è radunato un gruppetto di accampati a discutere accanto all’Infopoint, dove un dee-jay anima il pomeriggio: credo che siano i ragazzi e le ragazze venuti a dare una mano ai migranti.

L’altro giorno, il gruppo ‘Como ai Comaschi’ ha organizzato una manifestazione qui vicino: slogan razzisti, striscioni, bandiere e fumogeni tricolori. Hanno chiesto rimpatrio immediato e pullman per Roma. E oggi pomeriggio sul piazzale sotto la stazione i migranti mi sembrano spaventati: finché qualcuno comincia a ballare e si crea un’isoletta di allegria in quest’isola d’angoscia.

Sotto un liriodendro, un cartello con scritto ’No foto ai volti’ e poco più in là, davanti a una tenda, una scritta in una lingua per me misteriosa, ‘Adda bilisuma’, con una bandierina. Un ragazzo si lava le gambe a una fontanella e un altro sta strizzando un indumento dentro una bacinella: sono belli, questi Eritrei, Somali, Etiopi, certo più belli dei quattro gatti rasati che ieri sputavano slogan tra via Garibaldi e via Varese. Vedo un ragazzo intento a preparare una borsa sotto il porticato che dà accesso alla stazione: forse spera in un viaggio della salvezza. Spera di poter passare il confine e di andare in Germania. Ma le guardie svizzere fanno catenaccio.

Mentre me ne vado da questo posto, vedo sulla scalinata i resti di un panino e una scarpa abbandonata. Passa un tizio con la maglietta che dice ‘Ultras liberi’: cosa vorrà dire? Più sotto do un’occhiata al monumento, ai piedi di questo precario villaggio di miseria: due grandi mani di bronzo: una alzata e attiva, l’altra vinta e ferita. È quest’ultima la mano dei disperati che campeggiano ai margini della Città Murata. Ma, per loro, tutta l’Europa è una Città Murata.