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Rassegna stampa

Migranti - Diritti negati - 1 settembre 2016

‘Alla frontiera sud serve una procedura preliminare. E occorre la presenza della Sem, la Segreteria di Stato della migrazione’. L’appello di Amnesty è chiaro e diretto. Dopo Gobbi, Antonini e Simona prendono la parola tre Ong sul campo. ‘Perché in questi mesi si sono commesse violazioni importanti di normative internazionali’.
 
di Daniela Carugati (La Regione del 1 settembre 2016)

Alla frontiera sud si sono violati diritto internazionale e leggi nazionali. L’accusa pesa quanto un macigno. Tre Ong in prima linea sul fronte umanitario puntano il dito su Svizzera e Italia, e non scontano nulla neppure al vademecum giuridico europeo. Qui a cavallo fra Chiasso e Como ci sono state e, scandiscono, hanno visto. Ma soprattutto hanno raccolto le testimonianze di quanti, fra luglio e agosto, sono approdati al campo improvvisato della stazione di Como San Giovanni con l’illusione di passare oltre e andare a nord, meta finale del loro viaggio. Ed è lungo l’elenco delle Convenzioni, dei Regolamenti, delle normative e degli articoli che secondo Firdaus, Amnesty International Svizzera e l’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) sono stati calpestati in questa lunga estate dei migranti. Negli occhi Lisa Bosia Mirra, Anna Brambilla e Denise Graf hanno ancora impressi i volti dei più indifesi. Donne, bambini e minori non accompagnati, denunciano, che non si sono visti accolti e protetti, come era nel loro diritto. In troppi, lamentano le tre Organizzazioni, una volta bussato al confine sono stati respinti in modo sbrigativo in Italia. Una scena che si è ripetuta, ribadiscono mostrando un dossier voluminoso – dentro date, nomi, volti – più e più volte. Tanto che, cifre alla mano, ci si spinge a parlare di «riammissioni collettive». Prassi, si precisa, vietata dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Ora l’incarto sarà consegnato alla Segreteria di Stato della migrazione (Sem). Che cosa ci si aspetta? Che un organismo indipendente indaghi su quanto successo in questi mesi lungo la frontiera meridionale della Confederazione. Nella politica, si fa capire, non c’è troppa fiducia. Anche se non si nasconde di attendersi un intervento (anche nei confronti degli omologhi italiani) della ministra Simonetta Sommaruga. È infatti un vero e proprio appello quello che Denise Graf , giurista ed esperta di diritto di asilo per Amnesty, lancia alla Sem. «È sua – motiva – la competenza, sugli strumenti – a cominciare da un interprete, ndr – per valutare la posizione delle persone senza documenti che si presentano alla frontiera e per identificare fra loro i più vulnerabili» (cfr. l’intervista al direttore del Centro di registrazione di Chiasso Antonio Simona sulla ‘Regione’ di ieri). Che cosa manca? «Ci vorrebbe una procedura preliminare da affidare alla Segreteria di Stato della migrazione e non alle Guardie di confine», chiarisce. Quanto al verdetto sulle procedure applicate non lascia spazio alle attenuanti: «Le violazioni del diritto internazionale che si commettono sono importanti», sentenzia Graf. Che non ha esitazioni: «Ogni persona – ricorda – ha il diritto di chiedere asilo e protezione, anche più volte e in più di un Paese».

‘Troppe riammissioni’

Ecco che la situazione monitorata per quasi due mesi dalle tre Ong finisce col fare a cazzotti con le rassicurazioni giunte dalle istituzioni cantonali e federali. Niente contro gli agenti, nel mirino ci sono semmai «le normative e gli ordini dati», puntualizza Lisa Bosia Mirra , presidente dell’Associazione di Genestrerio Firdaus. Dall’altra parte della barricata, per il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi e il comandante delle Guardie di confine Regione IV Mauro Antonini – da noi intervistati nei giorni scorsi, cfr ‘laRegione’ del 25 e del 30 agosto – la prassi è chiara, non è cambiata e viene rispettata. Insomma, nessuna anomalia o inasprimento. Le portavoce delle tre Ong mostrano allora i numeri allineati questa estate. «Da dicembre a giugno – documenta Graf – i ‘sans papiers’ respinti erano circa il 10%, da giugno si è saliti attorno al 63%. Perché questo cambiamento? Eppure le nazioni di provenienza sono le stesse». A Lisa Bosia Mirra da subito, spiega, è apparso «abbastanza chiaro che le cose non andavano bene e che le riammissioni non erano conformi». Da lì è scattata l’osservazione incrociata e la voglia di capire. Resta, oggi, la speranza, conclude Anna Brambilla di Asgi, che sul versante dei ricollocamenti e dei ricongiungimenti familiari vi sia maggiore correttezza.

I  CASI

Tante storie, un denominatore comune

Sono innumerevoli le testimonianze, i racconti che rappresentanti e volontari delle tre Ong hanno raccolto lungo la frontiera sud. Ma ai loro occhi emerge un unico denominatore comune: la difficoltà per i migranti di far valere la loro volontà di chiedere aiuto.

L’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) ne ha proposte alcune a mo’ di esempio e le ha inserite nel suo rapporto, consegnato ieri ai media. C’è quella di Ismail (nome fittizio), 17 anni, eritreo. Sbarca in Italia da solo l’aprile scorso. Viene identificato nell’hotspot di Taranto, quindi è portato a Bari. Lì, illustra l’Asgi, dichiara di voler aderire al programma europeo di ‘relocation’ (ricollocamento) e domanda di essere trasferito in Svizzera, nella Confederazione, infatti, vive il fratello maggiore. Confida, si spiega, di riunirsi anche agli altri due fratelli, in arrivo dalla Libia. In effetti riescono a ritrovarsi in Italia, si riuniscono e dirigono su Como. I tre ragazzi tentano di passare il confine a Chiasso, per 5 volte. “Ma vengono sempre identificati e respinti a Como”. A Lisa Bosia Mirra, presidente di Firdaus, invece, sovviene la storia di due coniugi, genitori di una bambina di 2 anni. Anche lui aveva un desiderio, ricongiungersi ai suoi cari. Ed è proprio questo desiderio che lo ha portato a bussare alla porta della Svizzera, dove si trovavano già moglie e figlia. «Per due volte si è presentato con la documentazione che attestava il matrimonio e la sua situazione, e per due volte è stato respinto. Per lui era incomprensibile», ripercorre la presidente. Ma poi ce l’ha fatta. Una storia a lieto fine. Almeno una, per lanciare un segnale di speranza.

Primo, informare adeguatamente

Sul fatto che le norme europee debbano essere riviste le tre Ong non hanno dubbi. Ma è sul terreno della frontiera sud che questa estate hanno toccato con mano quelle che considerano delle chiare e gravi violazioni dei diritti. Soprattutto nei confronti dei più indifesi. Ad Anna Brambilla di Asgi basta un numero: 454. «Tanti – spiega – sono i minori non accompagnati che fra il 14 luglio e il 23 agosto scorsi sono stati riammessi, in forma semplificata, in Italia». Quali sono i nodi dolenti? Il primo, concordano le portavoci delle tre Organizzazioni, è quello informativo. «Un diritto – richiama l’avvocato – dovuto sia al momento dello sbarco che al confine, assicurando la presenza di un interprete». D’altro canto, ricorda Denise Graf di Amnesty, la maggior parte delle persone a Como non sanno l’inglese o le lingue che si parlano in Svizzera. «Quindi non viene dato modo di stabilire i fatti in modo corretto. E per il diritto internazionale le persone, senza documenti, che cercano protezione non possono essere respinte». E Amnesty non ha intenzione di chiedere un ‘corridoio umanitario’, rivendica il rispetto delle leggi. In particolare quando davanti c’è un minore non accompagnato, che viene rinviato senza precise garanzie individuali. «La Svizzera non può farlo».

L’ESPERIENZA

Save The Children: ‘Passati da Como 400 minori’

M.M. (La Regione del 1 settembre 2016)

«Como si è fatta trovare impreparata davanti all’arrivo di centinaia di migranti. E l’impreparazione ha generato confusione», osserva Viviana Valastro , la responsabile del pool di esperti di ‘Save The Children’, in missione a Como. Non vuole essere un atto d’accusa. «Lodevolissima l’attività svolta dai volontari, sono le istituzioni che hanno dimostrato di non aver capito da subito il fenomeno, che forse speravano potesse rientrare nel giro di pochi giorni. Si è, insomma, perso del tempo importante». Cosa è mancato? «Soprattutto un’informazione corretta, solo nelle ultime 2,3 settimane si è cominciato a farla. Ad esempio nessuno ha mai detto ai minori non accompagnati che hanno la possibilità di trasferimento in qualsiasi Paese dell’Ue. Anche da qui si è assistito a continui tentativi di trasferimenti illegali». Quanti minori non accompagnati sono passati da Como? «I dati a nostra conoscenza sono quelli che ci sono stati forniti dalla Caritas. Sarebbero oltre 400. Un numero puramente indicativo, in quanto un minore, riammesso più volte dal Ticino, potrebbe aver dato nomi differenti». E oggi? «Sino a quando la nostra équipe ha lavorato sul campo c’erano oltre 200 minorenni. Cercano di entrare in Svizzera, ma soprattutto di andare in Germania e nel Nordeuropa, dove vorrebbero ricongiungersi con parenti o amici. La presenza di ragazze minorenni impone una maggior attenzione. Per loro occorre un contesto protetto. Nelle ultime due settimane a Como ci si è, forse, posti sulla strada giusta. Ora è importante dare continuità. Certamente a breve torneremo a Como».