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Rassegna stampa

Tutti nello stesso inferno - 24 agosto 2016

Vi racconto la Como che vedo io, quella che non vedrete sui giornali.

A Como, in alto sulla destra, dorme una signora che ha perso il figlio durante la traversata. È giovane, il figlio doveva essere piccolo ma non ho osato chiederglielo. Sotto la pianta centrale c’è una ragazza che invece ha perso il fratello e che non smette di singhiozzare. È molto giovane e bella, è minuta e piange anche mentre dorme. È già stata rinviata sotto la pianta due volte. Le altre ragazze la curano, le stanno vicino, la imboccano perché è quasi incapace di provvedere a sé. Poi c’è il gruppo dei torturati. All’inizio erano in dieci, tutti dello stesso gruppo, in seguito sono stati separati. Hanno trascorso dieci mesi nello stesso inferno, dieci mesi attaccati alla parete come i cani. Sono in cinque. A uno hanno spaccato il piede, l’altro è stato torturato con frustate e bruciature, il terzo è arrivato con la mascella completamente fracassata e per tenerla insieme a Lampedusa gli hanno dovuto fare un impianto che gli sigilla completamente la bocca. Ieri erano 15 giorni che non mangiava, deve tenerlo per altri 15 giorni. È alto, molto magro, non voleva andare all’ospedale per paura di essere identificato. Al ragazzo di 15 anni hanno sparato con un colpo che è entrato dalla scapola destra ed è uscito dal costato. Non paghi, i carcerieri libici gli hanno aperto un braccio con un coltello, tanto che sta perdendo l’uso della mano. Forse per un’infezione. Lui è quello che avendo un fratello a Ginevra è stato accompagnato a chiedere asilo ieri pomeriggio. A mio modestissimo avviso, avrebbe dovuto essere portato in ospedale ma ieri sera non c’era e oggi di lui non abbiamo notizie. Non sappiamo dove sia, in una CPC? Al CRP? Il fratello è preoccupato e lo sono anch’io. Non risponde al telefono, forse è in un bunker.

Poi c’è la donna alla quale, non avendo soldi per il riscatto e rifiutando lo stupro, hanno spaccato la faccia: entrambi gli zigomi e tutta l’arcata superiore dei denti. La donna e un altro tra i torturati sono già stati deportati a Taranto e sono tornati. Sono qui da un mese, non osano più muoversi, non sanno cosa fare ma la donna ha bisogno di cure un po’ urgenti, di un dentista, o perderà tutti i denti. C’è un dentista che legge disposto a lavorare pro-bono? Si metta in contatto per favore. Poi c’è la donna che non vede il marito da cinque anni, lui è in Germania. Lei è già stata rinviata un numero X di volte. E quella incinta di otto mesi e una settimana.

Non ho scelto i casi peggiori, ho scelto quelli con cui sono venuta in contatto ieri e oggi. Ce ne sono, sono sicura, anche di peggiori. E allora voglio chiedere a Lorenzo Quadri, Norman Gobbi e Boris Bignasca se non provano un po’ di vergogna. Se non si vergognano nell’etichettare queste persone come migranti economici, nel buttare fumo negli occhi a chi legge il Mattino della Domenica. Perché queste donne, questi uomini chiedono delle risposte. Chiedono alla politica e ai politici che trovino il tempo di sedersi al tavolo con il ministro tedesco, con l’omologo italiano a cercare delle soluzioni: in Svizzera i richiedenti asilo, ammessi provvisori e rifugiati sono l’1,3% della popolazione. Non provate vergogna nel basare la vostra propaganda e campagna d’odio sulla pelle di persone che sono passate attraverso la tortura e la morte? Ciascuna di quelle persone, ciascuno dei bambini che adesso respingete con trionfalismo ricorderà per tutta la vita il trattamento ricevuto dalla Svizzera. Ce la faranno comunque, alla fine. Anche se con difficoltà arriveranno dove devono andare e diventeranno scrittori, attori, registi, meccanici, infermieri e racconteranno ai loro figli e nipoti quello che hanno subito. Di quando gli svizzeri li fecero scendere dai treni, li spogliarono e li rimandarono in un parco.

Voi non state salvando la Svizzera, voi le state scavando la fossa.