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Rassegna stampa

Il ragazzo nella valigia - 6 luglio 2016

di Daniela Carugati (La Regione del 6 luglio 2016)

Prima si fa largo una mano. Allenta la zip e fa spazio anche al braccio. Che riesce, alfine, a liberare il capo. A rivedere la luce – seppure quella artificiale delle lampade della stazione di Chiasso – è un ragazzo minuto. Addosso ha una maglietta e un paio di jeans. Per conquistarsi un posto al sole, scavallando il confine tra Italia e Svizzera senza essere intercettato, non ci ha pensato due volte ad accartocciarsi dentro un trolley. Bagaglio poi lasciato, lunedì, nello scompartimento di un treno della sera da Milano. Neppure gli occhi degli agenti della Regione IV – che pure di cose ne hanno viste qui, sul confine meridionale, in questi anni – avevano mai osato immaginare tanto. Neanche a frugare nella memoria, chi è in servizio già da un po’ ricorda un caso simile. I numeri di contorsionismo, alle nostre latitudini, appartengono ancora solo al mondo dello spettacolo. Così dovrebbe essere.

A lui, quel ragazzo sui vent’anni, arrivato dall’Eritrea e deciso ad andare al nord, non deve essere, però, sembrato un gesto tanto estremo. Non dopo aver attraversato il Sudan, sfidato il deserto e camminato per arrivare in Libia e da lì essersi imbarcato su qualche carretta destinata ad approdare sulle coste meridionali dell’Italia. Tutto con il miraggio di toccare terra in Europa e andare a nord: Svezia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi e, a volte, Svizzera. In genere è questa la narrazione di tanti suoi connazionali.

Non conosciamo e non conosceremo mai il suo nome: lui non voleva chiederci asilo, così è stato riconsegnato alle autorità del Paese (l’Italia) da dove era venuto. E non sapremo mai quale sarà il suo destino da questa parte del mondo, dopo essere fuggito dal suo; dopo essere scappato da povertà e repressione. Eppure sarà difficile scordarsi di quel ragazzo che il coraggio della disperazione ha spinto a infilarsi in una valigia. A trattenere il fiato con la speranza di farcela.

Nell’era dell’immagine e del digitale ci ha pensato un video – girato da un agente per motivi di tutela visto la delicatezza e l’eccezionalità del caso – sfuggito ai canali riservati e ben presto divenuto virale a stampare nella mente quella scena. Una visibilità non prevista, certo, ma che dovrebbe, per lo meno, invitarci a capire cosa sta dietro ai flussi migratori che attraversano il continente. Non bastano un clic – a centinaia ieri – e un pizzico di curiosità per liquidare la storia di quel giovane. Una storia tra migliaia e al contempo emblematica.

Ora, addentrarsi nel terreno delle spinte migratorie e della sfida alla quale è chiamata oggi l’Europa come ogni singolo Stato, richiederebbe di sicuro tempo e ben altri argomenti. Meglio limitarsi a rimanere ancorati alla realtà nostrana. In fondo dalle parti di Chiasso basta, quasi quasi, affacciarsi alla finestra per coniugare in vari modi il verbo ‘migrare’. Anche perché questi uomini e queste donne, tanti giovani per cercare di superare le frontiere per lo più salgono su uno dei molti treni che fanno scalo alla stazione. Al momento sono pochi coloro che scelgono altre vie, il cosiddetto confine verde, come informano coloro che pattugliano le zone a sud del Ticino. Quindi non è possibile non accorgersene e non pensarci. Quindi è preferibile, per una volta, lasciare d’un canto la politica politicante e permettere che certe immagini, semplicemente, interroghino la nostra umanità.

Un uomo di nome Francesco sogna che essere migrante non sia più un delitto. E allora buona fortuna ragazzo nella valigia.