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Rassegna stampa

Illegali i dubbi sul genocidio - 1 giugno 2016

Massacro di Srebrenica: pena confermata a Poggi per aver pubblicato testi critici sulla versione ufficiale

di Marino Molinaro (La Regione del 1 giugno 2016)

Il giudice della Pretura penale Siro Quadri ha ricordato che in Svizzera è reato minimizzare un genocidio accertato dai tribunali internazionali

Niente da fare in Pretura penale per Donatello Poggi, condannato ieri dal giudice Siro Quadri per il reato di ripetuta discriminazione razziale. Confermato dunque il decreto d’accusa stilato nel 2014 dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni in risposta a una querela presentata da un privato dopo la pubblicazione nel 2012 di due testi sul ‘Corriere del Ticino’ e sul portale ‘TicinoLibero’ che mettevano in dubbio la ricostruzione ufficiale e l’attribuzione delle responsabilità del massacro di Srebrenica organizzato nel luglio 1995, a conflitto praticamente concluso, dalle truppe paramilitari serbe ai danni della popolazione a maggioranza musulmana. Al 60enne, in passato già municipale di Biasca e granconsigliere dapprima per il Partito del lavoro e successivamente per la Lega, sono state inflitte una pena pecuniaria di 5’850 franchi, posta al beneficio della sospensione condizionale per due anni, e una multa effettiva di 1’100 franchi. Patrocinato dall’avvocato Andrea Rotanzi, che ne ha chiesto invano l’assoluzione, Poggi intende ricorrere in Appello, e se sarà il caso anche al Tribunale federale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ritenendo di «non aver affatto minimizzato o banalizzato il tema, ma di aver semmai voluto aprire un dibattito documentandomi e indicando che fra il 1992 e il ’95 vi sono state nella cittadina della Bosnia ed Erzegovina, secondo talune ricostruzioni, oltre 3mila vittime serbe».

Pace da proteggere

Elegantemente il giudice Quadri nel pronunciare la sentenza ha indicato come Poggi, di professione artigiano alle Officine Ffs di Bellinzona, «abbia affrontato pubblicamente un tema più complesso di quanto pensasse». Lo ha fatto citando un libro (‘Srebrenica, come sono andate veramente le cose’, edito da Zambon) i cui contenuti in Italia non costituiscono reato, al contrario della Svizzera il cui legislatore, adottando l’articolo 261bis del Codice penale dedicato alla discriminazione razziale, ha voluto punire anche chi “disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità”. «Con questa norma – ha sottolineato il giudice – la Confederazione tutela un bene giuridico col chiaro obiettivo di mantenere la pace sociale su determinati argomenti. Chi mina la tranquillità pubblica viene dunque condannato». Chi, come Poggi, volesse affrontare pubblicamente temi sensibili «deve sapere che l’articolo 261bis limita un po’ la libertà d’espressione». Nel concreto, «il Tribunale federale ha stabilito che è reato negare o minimizzare, anche solo mettendo in dubbio che sia avvenuto, un genocidio provato con assoluta certezza. È il caso di Srebrenica». Infatti il libro citato da Poggi, di cui egli sposa le conclusioni, contraddice le versioni ufficiali – cui le autorità giudiziarie internazionali sono giunte dopo svariati anni d’inchieste pronunciando pesanti condanne – e inverte i ruoli di carnefici e vittime, attribuendo alle seconde un ruolo di corresponsabilità: «Asserendo che qualcuno ha sbagliato nell’individuare i colpevoli, Poggi mette in dubbio l’esistenza di fatti gravissimi e accertati, minimizzando inoltre il dolore delle vittime». Poggi, il cui patrocinio legale è assicurato dal Cantone per 5’850 franchi, intervistato dalla ‘Rsi’ al termine del processo ha detto di non sentirsi colpevole e di «non aver offeso nessuno».