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Rassegna stampa

Venuti non diffamò Giuliano Bignasca - 29 aprile 2016

di Alfonso Reggiani (La Regione del 29 aprile 2016)

Adriano Venuti non diffamò Giuliano Bignasca, leader della Lega dei ticinesi scomparso nel marzo di tre anni fa. Il municipale di Massagno, appena riconfermato alle recenti elezioni comunali, è stato prosciolto dalla Corte di appello e revisione penale di Locarno, che ha “bocciato” l’imputazione di diffamazione contro defunti. La sentenza è pervenuta ieri a entrambe le parti.

Accogliendo la tesi dell’avvocato difensore di Venuti Emanuele Verda, la giudice Giovanna Roggero-Will ha confermato la sentenza di primo grado e ha respinto il ricorso presentato dal procuratore generale John Noseda e da Attilio e Boris Bignasca, in qualità di accusatori privati. L’esponente del partito socialista era stato condannato per ingiuria nei confronti del deputato in Gran Consiglio Massimiliano Robbiani, definito (sempre su Facebook), “un animale”. Già in primo grado Venuti era però stato assolto dal reato principale, legato a una frase da lui postata su Facebook con la quale aveva qualificato Bignasca come “un drogato che non ha scontato in prigione la sua condanna, grazie ad un certificato medico”.

Secondo la giudice, le frasi di Venuti vanno interpretate nel loro contesto oggettivo e non in astratto. In altre parole, il municipale Ps intendeva senza dubbio prendere posizione sugli sviluppi della vicenda Arlind, che all’epoca aveva scaldato gli animi e provocato interventi accesi da parte di vari esponenti politici, in particolare della Lega. Perciò, agli occhi di Roggero-Will, “esprimendosi sulla vicenda la sera stessa dell’esternazione di Robbiani, Venuti non ha avuto quale intento primario la denigrazione del fondatore della Lega ma il ricordare un elemento comune a Giuliano Bignasca e al minore kosovaro Arlind, e meglio il ricorso a certificati medici. L’obiettivo era perciò quello di argomentare a favore di Arlind, la legittimità del ricorso a certificati medici evidenziando come, diversamente da Bignasca, il minore pur producendo certificati, non aveva potuto evitare l’allontanamento. Nel concreto apostrofare con grassone il Nano non è ritenuto lesivo dell’onore.

Tuttavia, l’assunzione da parte della difesa della prova della verità risulta legittima e che la stessa ha dimostrato che Bignasca aveva subito condanne penali legate fra l’altro al consumo di droghe e aveva fatto ricorso a certificati medici evitando il carcere.