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Rassegna stampa

Frontiere oltre - 27 aprile 2016

di Fabio Merlini (La Regione del 27 aprile 2016)

Immaginiamo che la storia di un Paese fosse una memoria di massa portatile come lo è la chiavetta Usb, di quelle di cui ci serviamo per trasferire un certo insieme di dati da un Pc a un altro o per avere la certezza che non vada perso. E poi immaginiamo ancora che essa sia direttamente connessa alla nostra memoria individuale come un archivio di vicende, costituitosi per accumulo, a cui ogni individuo potesse accedere spontaneamente senza neppure rendersene conto. In una fantasia siffatta, ognuno di noi saprebbe immediatamente da dove viene, come si sia costruita la propria identità sociale e a quali vissuti sia stata confrontata in passato. Disporrebbe di quella memoria storica che ancora in un recente passato veniva presentata come una fonte di consapevolezza, per una migliore comprensione sia di se stessi, sia del perché le cose nel tempo hanno preso una certa piega. Oltre a ciò, disporrebbe forse anche di qualche risorsa in più per non farsi incantare dal primo pifferaio di turno. Infine, saprebbe che la propria identità, o se vogliamo il sentimento di certezza riguardo a se stessi, non corrisponde a una identità logica del tipo A uguale ad A. Ma piuttosto a un processo in divenire, soggetto a continue rinegoziazioni. Per intenderci: non l’identità autosufficiente e assoluta di chi ha il privilegio di vivere sciolto da qualsiasi relazione di debito e credito, come quando di Dio si dice che è «colui per il quale è tutto ciò che è, senza alterazione, e nel quale è tutto ciò che è, senza mescolanza»: abbondante, puro e sufficiente a se stesso.

‘Il nostro sentimento di solidarietà sarebbe più acuto’

Se potessimo accedere alla nostra storia collettiva con la stessa facilità grazie a cui una chiavetta Usb registra e trasmette informazioni, dati e immagini, anche il nostro sentimento della solidarietà sarebbe più acuto. Non perché la coscienza storica renda maggiormente etici. Semplicemente perché sapremmo riconoscere negli altri, con maggiore facilità, una storia che è stata anche la nostra, avremmo ancora vivo il ricordo di esperienze in un certo senso simili a quelle drammatiche che oggi sfilano sui nostri schermi lasciandoci allibiti: indignati, spaventati e preoccupati al tempo stesso. Sentiremmo parlare di frontiere e ne vedremmo l’assalto disperato, con l’occhio di chi è in grado di sovrapporre alla sua la storia altrui, avendo ancora ben impressa nella memoria quella lunghissima vicenda di povertà e prevaricazione che dall’inizio dell’Ottocento alla metà del secolo scorso in Europa ha spinto più di 60 milioni di persone a emigrare nel resto del mondo. Guarderemmo in modo diverso la pressione alle nostre frontiere, perché per via di una “empatia da riconoscimento” sapremmo leggere senza difficoltà, nel destino dei migranti e dei profughi di oggi, una parte di quello che siamo stati noi ieri. Al di là dei timori suscitati da un’alterità, che spesso si presenta come irriducibile e incompatibile quando non violentissima, potremmo riconoscere una comune storia di sofferenze. Così che in quell’altro che oggi si palesa misero, disperato e arrabbiato sull’uscio di casa, riconosceremmo il presente del nostro passato.

Lo spazio globale, straordinaria risorsa

“Presente del nostro passato”, egli lo è anche però per un’altra ragione. E cioè per il fatto di essere il tragico effetto incarnato del modo violento in cui l’Occidente ha fatto dello spazio globale una straordinaria risorsa a disposizione dei propri disegni e progetti di sviluppo. Organizzandovi, dapprima, i suoi movimenti di colonizzazione in base alla convinzione che il tempo storico dovesse essere sincronizzato, ovunque e incondizionatamente, secondo quell’equivoco processo di modernizzazione che è stato e continua a essere, di fatto, una leva per assicurarsi vantaggi a corto e medio termine. E inseguito universalizzando, attraverso la cosiddetta globalizzazione e sulla base di concussioni e alleanze scellerate, la sua Weltanschauung su scala mondiale, con effetti di sradicamento che ora si manifestano in tutta la loro portata eversiva. Anche in questo senso a ritornare, attraverso i volti e i corpi disfatti di profughi e migranti, è la nostra storia. Molto banalmente, si tratta dei classici nodi che ora vengono al pettine. Se prima di attrezzarci selettivamente, com’è senz’altro corretto fare, nei confronti di uno spazio che abbiamo voluto aperto e percorribile senza ostacoli – perché questo sembrava essere il futuro di merci, capitali e informazioni – non impariamo a riconoscere nell’atroce crisi degli altri la crisi del nostro modello di crescita, daremo luogo a soluzioni-tampone incapaci di qualsiasi cura. Una cosa è trovare soluzioni giustamente pragmatiche, altra cosa è rinunciare a capire, con il pretesto dello “stato di eccezione”, come si sia potuti giungere alla situazione in cui si trova oggi l’Europa. Impegnarsi sotto urgenza solo nella prima, trascurando la seconda, non farebbe che accrescere la nostra fragilità e accelerare il nostro declino.

*** Occasione importante per riflettere sul tema delle frontiere è data dal ciclo d’incontri per la formazione professionale della Conferenza della Svizzera italiana per la formazione continua degli adulti e dall’Istituto universitario federale per la formazione professionale, che organizza domani, giovedì 28 aprile alle ore 18.30, presso il Convento delle Agostiniane di Monte Carasso l’incontro con il giornalista e fotografo attivo da anni sui fronti di guerra Gianluca Grossi intitolato ‘Il senso delle radici’ . Moderatore Fabio Merlini. Per maggiori informazioni sulla serata e sull’intero ciclo: www.conferenzacfc.ch/incontri.