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Rassegna stampa

Come vincere l'indifferenza - 20 aprile 2016

di Pedro Ranca da Costa, già collaboratore dell’Ufficio del delegato cantonale per l’integrazione degli stranieri (La Regione del 20 aprile 2016)

Di primo acchito l’indifferenza sembra indicare soltanto un vuoto: è lo stato di chi non prova né dolore, né piacere, né desiderio, né timore. L’indifferenza sarebbe solo insensibilità, incapacità di amare al confine con l’anoressia (letteralmente: assenza di desiderio) e l’apatia (assenza di passione). Nella nozione d’indifferenza (e nell’attitudine dell’indifferente) si potrebbe recepire il segnale di un rapporto difficile con la diversità: un’incapacità di cambiare, di lasciarsi cambiare dall’emozione (che ci mette in movimento), ma anche la negazione della diversità, la chiusura su sé stessi. Indifferenza ed egocentrismo sarebbero dunque legati.

Qui sorge un problema: l’indifferenza verte sempre su quel che mi è dissimile? Si può essere indifferenti a sé stessi? Si sa che l’anoressico può lasciarsi morire, ma se è indifferente allo stato del suo corpo, non lo è all’immagine ideale che ha di sé stesso. Ci si può anche chiedere: è necessario essere indifferenti all’infelicità altrui per essere felici? Non mentiamo a noi stessi: lo spettacolo della fame nei telegiornali non impedisce ai più di continuare il proprio pasto. La vera domanda è al contrario: si può essere veramente felici essendo indifferenti alle disgrazie altrui?

Tuttavia la definizione d’indifferenza come stato d’animo di chi non prova né dolore, né piacere, né desiderio, né timore può anche essere intesa in modo del tutto diverso. Questo termine è stato usato in molte tradizioni filosofiche per indicare lo stato di perfetto equilibrio del saggio. Se l’accezione è negativa, è poiché rappresenta una positività estrema che supera ampiamente la quotidianità delle nostre esistenze. L’indifferenza in questo caso non sarebbe una mancanza di sensibilità verso la sofferenza altrui e una mancanza di voglia di vivere, ma al contrario un amore incondizionato della vita e la compassione verso tutti. Il saggio epicureo non cerca tutti i piaceri, contrariamente all’immagine comune, vive nel piacere d’esistere, piacere in riposo derivante dall’assenza di dolore. Il suo amore per la vita non si radica nella paura di morire, non è inquieto per la morte sempre possibile, poiché non desidera vivere eternamente: il presente gli basta. E se il saggio stoico non conosce né paura né speranza, è poiché sa che esiste solo il presente (e la paura e la speranza riguardano il futuro). Ha imparato a distinguere quanto dipende da lui, il resto è indifferente.

Il saggio è più occupato ad agire su ciò che dipende da lui piuttosto che a sperare o aver timore di quel che gli è estraneo. Non si tratta di indifferenza verso gli altri: se il saggio è apatico (senza passione) non per questo non sente la simpatia universale che l’unisce a tutto. È “cittadino del mondo” perché riconosce e accetta la diversità e il cambiamento ovunque. L’uomo è cosciente della sua esistenza: pensando giudica il mondo e sé stesso. È un “per sé”, contrariamente agli oggetti che, chiusi in sé stessi in quanto non pensano il mondo esterno, sono degli “in sé”. La possibilità di pensare è certo un privilegio, ma è anche fonte d’angoscia, poiché questo potere impone un compito: “Assumi le responsabilità che ti sono conferite dalla possibilità di pensare, di giudicare, di scegliere il mondo!”.

L’angoscia deriva dal fatto che l’uomo gode di libertà assoluta, non limitata da nessun valore, nessuna morale imperativa o finalistica; tant’è che per Sartre è l’atto di ciascuno, chiunque esso sia, che costituisce il valore morale.

La maggior parte degli uomini però non osa assumere questa libertà assoluta e preferisce zittire la propria coscienza. Così coltiva quella che Sartre chiama “malafede” e con questa tenta di mascherare la libertà e la coscienza della libertà assoluta, ossia l’angoscia. Ma l’indifferenza è un’illusione, poiché non mi libero dagli altri così come non mi libero dalla mia stessa presenza. Infatti, anche se assumo quest’attitudine, non posso impedirmi di pensare e gli altri non possono dimenticare che io penso.

Nell’impossibilità di sottrarmi al pensiero degli altri constato, ancora una volta, che gli altri per me sono l’inferno. Tanto più che, data la loro esistenza, sono obbligato a considerare la loro presenza e il loro giudizio.

Questo mondo della libertà assoluta è un deserto e questo deserto è davvero un inferno.

Allora l’indifferenza: qualità o difetto? Ci sono molti modi d’essere indifferenti nella nostra società.