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Rassegna stampa

La Lega - Il partito delle tasse - 27 marzo 2016

Ormai la nuova Lega sta sconfessando lo spirito del fondatore”

Così a tre anni dalla scomparsa di Bignasca, il suo movimento ora è...il partito delle tasse

LIBERO D’AGOSTINO (Il Caffé del 27 marzo 2016)

L’età delle poltrone Dalla gente alle poltrone, dalla polo colorata alle cravatte. È stata questa la parabola della Lega dei ticinesi nei suoi venticinque anni di esistenza. “Il partito della gente” recita ancora la scritta sul murales di via Monte Boglia. Ma lo spirito degli albori, con la conquista di posti chiave nell Palazzo, sembra essere decisamente sbiadito.

I colonnelli lo ricordano in ogni discorso ufficiale per celebrare le vittorie elettorali: “Giuliano Bignasca sarebbe orgoglioso di noi”. Ma dello spirito libertario e popolare del presidente leghista, scomparso nel marzo di tre anni fa, nella Lega ormai non è rimasto niente. Il Nano oggi è solo l’icona commemorativa sulla testata del Mattino, a garanzia di una continuità di linea che, però, in via Monte Boglia non c’è più. Ha il posto d’onore nel sacrario del movimento, accanto a Flavio Maspoli, Michele Barra, Giorgio Salvadè, a Rodolfo Pantani e Angelo Paparelli, è sempre nel cuore del popolo leghista, ma sono bastati tre anni appena perché delle sue visioni politiche, come ricordava dal Caffè l’ex presidente della Camera di Commercio Franco Ambrosetti, non restasse più traccia. “Oggi la Lega è tutt’altra cosa”, ha ribadito qualche giorno fa l’ex sindaco di Lugano Giorgio Giudici. Anzi, c’è chi la descrive come il “nuovo partito delle tasse”, la definizione con cui il ribelle Nano Zapata aveva marchiato a vita il Ps. Che il movimento fondato 25 anni fa da Giuliano Bi-gnasca e Maspoli, con la scomparsa del suo presidentissimo, abbia perso l’anima sociale e la sua carica ribelle contro la partitocrazia, si è detto e scritto più volte, e qualche lamento si è levato anche tra i leghisti. Meno si è detto e scritto sulla natura di una mutazione politica che oggi fa della Lega un partito come tutti gli altri. Con la sola differenza di aver conservato una catena di comando senza nessuna democrazia interna, in cui decidono tutto i colonnelli, i leghisti della prima ora con cariche istituzionali, coordinati da Attilio Bignasca, ma con l’accorta regia della figlia Antonella, artefice della nuova alleanza con l’Udc.

Non ci sono, però, quei guizzi fulminanti del Nano che spiazzavano gli altri partiti, manca la sua capacità di dare un colpo al cerchio della socialità, con la difesa “della gente”, e uno alla botte dell’economia insistendo su sgravi fiscali per cittadini e aziende, più libertà d’impresa e meno burocrazia, e sulla drastica riduzione del personale pubblico per risanare le finanze del Cantone. Quante artigliate domenicali, ai suoi tempi, contro i “fuchi di Stato” e i funzionari “coi piedi al caldo”. È sbiadito persino il ricordo delle sue battaglie più popolari: la tredicesima Avs per “i nos vecc”, la cassa malati unica con le bandiere della Lega che sventolavano in piazza con quelle della sinistra, la lotta campale, comune per comune, contro la tassa sul sacco della spazzatura, contro ogni aumento d’imposta, contro i radar che falcidiavano il portafoglio degli automobilisti, per cui si era inventato addirittura una taglia, e per i parcheggi a prezzo ridotto nei centri urbani per favorire i commerci.

Battaglie cancellate dall’agenda politica di via Monte Boglia, che per la ferrea legge del contrappasso si sono trasformate in obiettivi della Lega di governo. Ed ecco l’uso implacabile dei radar, “per far cassetta” rimproverato al ministro Norman Gobbi, gli aumenti delle tasse su molti servizi che dipendono dal dipartimento Istituzioni, la tassa sul “rüt”, quella sui posteggi voluta dall’altro ministro leghista Claudio Zali. È la logica del tassa, spendi e governa. Priva della sua anima libertaria, la Lega ha trovato la sua nuova ragione sociale nella lotta agli stranieri, ai richiedenti d’asilo, a frontalieri e padroncini, sdoganata istituzionalmente dai suoi due ministri in cerca di facile consenso popolare. Ecco il super collante per tenere unito il popolo leghista, ma facendo crescere nel Paese la mala pianta della xenofobia.