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Rassegna stampa

Un paese senza bussola - 9 marzo 2016

di Carlo Piccardi (La Regione del 9 marzo 2016)

L’immagine del Ticino è stata segnata dalla storia come territorio di passaggio, benché spesso, anziché “via delle genti” con cui entrare in contatto, sia stato un semplice corridoio. È un concetto che si ama sfoderare in epoca di globalizzazione a valorizzare i fattori di relazione, di incontro e di scambio con gli altri Paesi, fondamentale per il progresso nei termini dettati dall’evoluzione dei tempi. Eccoci quindi a riempirci la bocca sulla capacità di sviluppare una realtà universitaria sempre più estesa, di porci all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e nella ricerca, di celebrare traguardi culturali ed artistici competitivi, pretendendoci all’altezza delle realtà affermate ecc. Ma ecco anche la doccia fredda della votazione del 28 febbraio scorso che ha visto il nostro cantone porsi in vetta ai cantoni che hanno accettato l’iniziativa sull’espulsione dei criminali stranieri promossa dall’Udc, facendoci precipitare al livello più basso del sentire civile. Su questo giornale ne ha parlato Ottavio Besomi in un intervento appassionato a denunciare una chiusura a riccio, ribadita costantemente da una votazione all’altra al punto da offrire l’immagine opposta, di un Paese ormai piegato su se stesso, incurante delle ricadute negative e autolesionistiche delle sue decisioni. Di tappa in tappa – dalla votazione contro il contributo cantonale al padiglione svizzero di Expo, dal sostegno massiccio all’iniziativa contro l’immigrazione di massa, dalla votazione contro la nuova legge sul canone radiotelevisivo, a quest’ultima dimostrazione di irragionevolezza – vediamo confermata quella che non è più solo una tendenza ma un vero e proprio arroccamento in una realtà miope, in cui si è persa la capacità di dialogare col resto del mondo. Il danno che ne deriva è doppio. Lo è in sé, in quanto ci pone fuori gioco rispetto al dinamismo che la nazione richiede per avanzare nel mondo moderno, di relazioni sempre più vaste ed intrecciate. Ma lo è soprattutto in quanto il Ticino non è solo un cantone, bensì il nucleo maggiore di una regione linguistica chiamata ad affermare una sua identità che, in quanto minoritaria, per definizione richiederebbe un’organica integrazione con la maggioranza, la capacità di guardare oltre lo steccato del proprio cortile affidandosi alle forze trainanti dell’evoluzione (non quelle frenanti). Orbene sulla china indicata stiamo procedendo chiaramente verso l’irrilevanza. Cavalcando sistematicamente e irresponsabilmente posizioni di protesta improduttiva ci condanniamo all’emarginazione, a recitare il ruolo di Paese caratteristico, imbalsamato (da riserva indiana), che attira l’attenzione contando sul puro e semplice colore locale.

 

S’impone una sveglia delle coscienze

Al punto in cui siamo giunti si imporrebbe una sveglia delle coscienze, la necessità di lanciare un segnale d’allarme, che in situazioni normali è dato dalla classe intellettuale. Ma, di fronte a tale evidenza, esiste una classe intellettuale in Ticino? Certamente esistono gli intellettuali, ma sono essi in grado di cooptarsi per affiancare i politici a delineare le posizioni avanzate che si impongono in simile problematico frangente? Prima e dopo la votazione del 28 febbraio, la stampa confederata è stata inondata da interventi critici sul problema fondamentale di civiltà chiamato in causa dall’iniziativa Udc, facendo sentire il polso della società civile. Alla nostra latitudine cosa si è visto? Poco o niente. In tale stato di sonnolenza varrà allora la pena di tentare un confronto con stagioni di storia non poi così lontana, di momenti difficili come furono gli anni tra le due guerre fino al 1945 che ci videro assediati dai totalitarismi, imponendoci un delicato esercizio di equilibrio politico ma anche culturale. Soprattutto in Ticino, nella difficile difesa dell’italianità che era stata monopolizzata dal fascismo, fu quello un momento esemplare in cui l’apporto degli intellettuali fu fondamentale per tenere dritta la barra. Se ci calassimo in quel contesto rileveremmo come il nostro cantone sia stato capace di realizzare una sintesi esemplare a due livelli: a quello nazionale in termini di integrazione solidale con i valori fondanti della Confederazione e, in termini regionali, con l’affermazione della propria identità linguistica e culturale senza lasciarsi ricattare dall’Italia fascista. In altre parole: “Difesa spirituale” sì, ma non chiusura rispetto al grande vicino da cui si continuava ad attingere l’alimento culturale.

Ieri gli intellettuali orientavano i politici

Si trattò di una specie di teorema che vide in prima fila Guido Calgari, la cui memoria risulta tutt’altro che appiattita sull’ufficialità (a volte greve) dei molti ruoli ricoperti; il quale a ben guardare, anche in virtù della sua posizione pubblica, diede testimonianza di una militanza coraggiosa e di una straordinaria chiarezza d’intenti. Creare un legame tra il Ticino e la Confederazione da una parte, tra il Ticino e l’Italia dall’altra, era ciò che si proponeva ‘Svizzera italiana’, la rivista da lui fondata nel 1941, anche se da Roma gli era venuto il divieto d’entrata nel Regno e a Berna l’ambasciatore italiano affermava pubblicamente essere il Calgari “il nostro nemico numero uno nel Ticino”. Denunciando quello che più tardi chiamò il “nazionalismo gradasso del fascismo”, ciò non gli impedì di affermare (in una successiva lettera a Mario Agliati) che il nostro antifascismo “era un atto d’amore” per l’Italia. Quando nel 1933 il governo federale per ragioni di convenienza diplomatica si piegò alle pressioni italiane espellendo Randolfo Pacciardi, fu lui a pronunciare il discorso di commiato dei democratici ticinesi all’esule repubblicano. Da realista si rendeva pure conto “che presso di noi svizzeri l’argomento della Federazione europea di domani non è popolare”, ma ciò lo motivava a credere “che sia dovere della Svizzera di abbandonare per strada ogni egoismo, ogni sufficienza, ogni senso di superiorità, quasi che noi fossimo gli eletti o, per dirla più borghesemente, i maestri di scuola dell’Europa e del mondo”. Dal 1952 al 1967 la sua rubrica radiofonica settimanale (Dagli amici del sud) diffusa anche oltre San Gottardo fu la sede di un opinionismo aperto, in cui, nel clima xenofobo in cui si preparava l’iniziativa di Schwarzenbach contro l’inforestierimento, spiccava il riconoscimento dell’apporto degli emigrati italiani nel nostro Paese. Se Calgari fosse ancora vivo non solo sapremmo come avrebbe votato il 28 febbraio, ma l’avremmo visto certamente in prima fila nella campagna contro quell’infelice iniziativa costituzionale. Ecco la differenza con l’oggi. Tutti questi problemi sono insieme politici e culturali. Ieri la militanza in merito vedeva gli intellettuali protagonisti nel ruolo di orientare i politici; oggi i politici sono lasciati soli in una situazione che vede gli intellettuali assenti, tutt’al più a far da comparsa, non a trainare l’opinione pubblica con forza illuminante. Intanto il populismo dilaga, trasformando ogni pretesto per denunciare la “Fallitalia”, termine che nessuno in Ticino mai usò contemplare prima d’ora, nemmeno nei tempi bui del fascismo che portò il Paese alla rovina. Da ultimo, ad allontanarci ancor più dai nostri vicini, la denuncia dell’inquinamento del lago sulla sponda italiana di Porto Ceresio, individuato come metafora sottintendente un rapporto di contaminazione perfidamente impostaci.