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Rassegna stampa

Amarcord, amar cor - 1 marzo 2016

di Ottavio Besomi (La Regione 1 marzo 2016)

‘Amarcord’, mi ricordo‚ negli anni 1942-43 (avevo 7-8 anni): in casa e fuori si parlava dei rifugiati polacchi che erano entrati in Svizzera, anche in Ticino, anche in Capriasca. Ne ho conosciuto uno, rimasto a Tesserete, ‘ol polacc’ per antonomasia, soprannome non discriminatorio che continua, credo, nella terza generazione. Il ricordo si è presentato nei giorni precedenti la votazione, per contrasto rispetto ai contenuti dell’iniziativa di attuazione dell’espulsione degli stranieri, perché quell’immagine mi era sembrata bella, piena di generosità, fors’anche perché rinfrescata in seguito da informazioni di mio padre, che era entrato in contatto con rifugiati polacchi nei lavori di bonifica attorno al lago di Origlio. Ho poi avuto occasione di saperne di più interrogando la rete, grazie a ricordi di persone che conobbero i militi polacchi internati, soprattutto operanti nel Malcantone (la zona sopra il laghetto di Astano è ancora oggi chiamata ‘Polonia’ da alcuni abitanti del luogo). Tempo in cui l’accoglienza dell’altro era avvertita come buona e umanamente necessaria.

Ma ‘amar cor’, cuore amaro, amarissimo, per il risultato in Ticino della votazione sull’iniziativa. Si dica quel che si vuole: il testo proposto da Svp/Udc (Lega) aveva come fondamento ideologico (in senso lato) l’ostilità nei confronti dello straniero, per le ragioni che ho avuto modo di indicare in altra occasione su questo giornale. Anche questa volta il Ticino (come per la prima iniziativa, quando purtroppo ha dato un contributo determinante alla sua accettazione) si è messo in evidenza nell’apporto di voti: unico cantone ‘esterno’, insieme ad alcuni cantoni ‘interni’, pure del ‘sì’. Non credo, come sostiene un deputato Udc al Nazionale, che il Ticino avverta in anticipo i problemi; in posizione di retroguardia semmai, di chiusura verso l’esterno; come dimostra, al contrario, cioè di apertura, l’atteggiamento di Basilea (cantone a contatto con Paesi dell’Ue, oltre il 70% di no), e tutti gli altri cantoni confinanti con l’estero (Ginevra 65%, Neuchâtel 65%, Grigioni 60% e altri); per i cantoni ‘interni’ basti citare Zurigo (65% no; Berna 60).

È da anni che purtroppo il Ticino si è messo su queste posizioni, convinto più dal ‘Mattino della domenica’ che dalla domenica mattina, quando si poteva ancora ascoltare la parabola del samaritano, riflettere sul prossimo, avere qualche spinta per aprirsi all’altro. Sento sullo stomaco il calcio dato allo straniero, visualizzato in una cartellonistica deleteria, diffusa con larghezza di mezzi finanziari. In Ticino ha vinto la paura, artificialmente creata? O l’atteggiamento nei confronti dei frontalieri? che è cosa diversa; è grave, per un individuo e per una comunità, quando non si distinguono con chiarezza i problemi. Lascio ai ticinesi l’analisi del voto; mi sento mentalmente lontano, lontanissimo da un cantone che, pur composto di emigrati e di immigrati, da anni sta manifestando una forte involuzione culturale, di cui questo risultato è una evidente spia; ne sento vergogna. Mi sento più vicino ai molti stranieri, di tutte le provenienze, che incontro quotidianamente sui bus e tram di Zurigo, che ai ticinesi del sì. Forse è tempo che Plr e Ppd riscoprano i valori di liberalismo e di cristianesimo; e che i ticinesi incomincino a leggere con maggiore spirito critico il ‘CdT’.

E tuttavia c’è ragione di gioia e soddisfazione: perché a livello svizzero l’iniziativa di Svp/Udc (Lega) è stata respinta a larga maggioranza. Una soddisfazione di tutti coloro – mi metto tra questi – che credono ancora alla necessità di capire l’altro, accoglierlo, andargli incontro, e non ostacolarlo, respingerlo, allontanarlo, come si è fatto una prima volta, e tentato una seconda, senza successo; una vittoria di coloro che credono allo stato di diritto e alla funzione della Giustizia. Siamo stati obbligati a vivere mesi guardando il nostro ‘particulare’: non hanno insegnato niente le immagini che quotidianamente ci giungono, di donne uomini bambini che devono lasciare case in rovina, con un fagotto in mano, in cerca di un’accoglienza? È ora di rivolgere altrove le nostre preoccupazioni, riflettere meglio su noi e gli altri, vincere un egoismo che dello straniero ci fa accogliere solo ciò che serve e interessa, se possibile a basso costo.