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Rassegna stampa

Sonderfall ticinese - 2 marzo 2016

di Aldo Bertagni (La Regione del 2 marzo 2016)

L’onda lunga del 9 febbraio 2014 (che in verità è nata assai prima, già col voto sullo Spazio economico europeo) ha sbattuto prepotentemente sul voto di domenica scorsa, quello sull’espulsione degli stranieri attori di crimini. Quasi il 60 per cento dei votanti ticinesi ha detto sì, cacciamo tutti coloro che infrangono la legge, a prescindere dalla gravità dei reati e, soprattutto, dalla discrezionalità della Giustizia, potere autonomo in uno Stato di diritto qual è quello elvetico. Non è andata così per fortuna oltre Gottardo, come sappiamo, dove invece l’iniziativa democentrista è stata bocciata. ‘Sonderfall Tessin’ ha titolato lunedì scorso la ‘Nzz’. Già. L’onda lunga della paura, della fragilità e dell’insicurezza che vede nell’altro la causa di tutto il male possibile. I ticinesi votano con la pancia, dicono i benpensanti. Macché, qui a sud si capisce come sta girando il mondo, rispondono coloro che sulla paura ci marciano da sempre. La verità, come spesso, probabilmente sta nel mezzo.

La realtà ticinese è da sempre confrontata con un benessere indotto, giunto sostanzialmente dall’esterno. Finché c’era. Girato il vento, è prevalso il disorientamento. Lo spaesamento, nel senso che non ci si è più sentiti parte di un paese, del Paese decantato ricco e virtuoso. E si è vissuto con la testa sotto la sabbia, se è vero come è vero che l’inizio della fine risale all’esplosione della ‘tangentopoli’ italiana, primi anni Novanta, con i coperchi finanziari saltati per aria, uno dopo l’altro. Con la quasi simultanea (nel 1989) caduta del Muro di Berlino – che ha spiazzato la sinistra e illuso tutti gli altri – e la successiva mondializzazione dei mercati, si è qui amplificato il traballare generale delle certezze europee sin a quel momento date per acquisite.

Il ‘Sonderfall ticinese’ – l’ha detto bene nei giorni scorsi Dick Marty alla Rsi – è figlio della latitanza dei partiti storici. Incapaci – aggiungiamo noi – di analizzare e riflettere sui cambiamenti degli anni Novanta; inetti di fronte all’emarginazione strisciante del Ticino (per il ridimensionamento delle ex regie) rispetto al resto della Svizzera; inconcludenti nel saper proporre soluzioni alternative e nuove forme di ricchezza. Peggio, pavidi di fronte al montare della protesta sconclusionata e irrazionale.

Di più. I partiti storici ticinesi hanno letteralmente abbandonato i propri elettori alla demagogia leghista, convinti così di continuare a fare i propri interessi di ‘bottega’ (partito) scimmiottando il ‘nemico’. Si sono arresi, hanno abbandonato la battaglia sui valori per una ciotola di fagioli. E ancora nelle scorse settimane, per non perdere voti il prossimo 10 aprile, hanno perso la faccia, perché non intervenire a difesa dei pilastri che reggono la società (come il Diritto, appunto) significa venir meno al proprio ruolo di guida e di mediazione fra spinte egoiste e bisogni diffusi, fra etica sociale e paure individuali.

Ma il peggio del peggio, dei partiti storici, sta nel non essere più in grado di offrire una prospettiva, un progetto, persino un sogno, necessari per superare le difficoltà del momento e rilanciare l’ottimismo della volontà, senza il quale ogni società è destinata a spegnersi. E questo capita perché s’è persa credibilità dopo anni d’immobilismo. Da qui la contestazione semi-silenziosa della maggioranza dei cittadini che si rivolge ai demagoghi coltivando così l’ultima illusione: che sia la voce alta, per quanto stonata, a rappresentare almeno il disagio. Nella speranza (vana) di salvare il salvabile.