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Rassegna stampa

Dalla parte dello straniero - 9 febbraio 2016

di Ottavio Besomi (La Regione del 9 febbraio 2016)

Ho buone ragioni per pensare che l’iniziativa della Svp/Udc (e Lega) abbia come origine ideologica (in senso lato) l’ostilità nei confronti dello straniero, per tre ragioni principali: rifiuto dell’altro, paura di perdita della propria identità, timore di concorrenza sul posto di lavoro; con altre parole: non si accetta l’individuo con diversa origine, non si ammette l’identità altrui perché non si è sicuri della propria, la concorrenza professionale è spesso un semplice alibi, alimentato dagli stessi protestatari che, pur utilizzando le braccia degli altri, volentieri farebbero a meno della persona che le porta.

L’immagine veicolata dai cartelloni pubblicitari della pecora bianca, sicura dentro il recinto, e della nera scacciata, sintetizza bene l’idea col ricorso all’immaginario popolare: la traduce in termini semplificati, ma suggestivi e immediatamente leggibili, riscuotendo un facile quanto largo consenso. Fa, del bianco, il bene da salvare e salvaguardare, del nero, il male da allontanare e scongiurare. In questa prospettiva, conseguente è l’atteggiamento da adottare: le pecore nere non devono entrare nel recinto (iniziativa contro l’inforestierimento); e quando vi si trovano, vanno espulse mediante uno strumento che si pretende legale (attuale iniziativa, di adattamento della precedente). L’iniziativa della Svp/ Udc (e Lega) rappresenta un modo per aggirare il problema mediante una misura radicale: chi si macchia di un delitto viene automaticamente espulso dal recinto-Svizzera. L’idea è collegata al tema della sicurezza minacciata, veicolata da Svp/Udc (e Lega) con la stessa immagine visiva, così che il legame risulti evidente: bianco-buoni (svizzeri)-sicurezza versus nero-cattivi (stranieri)insicurezza (come se, sia detto tra parentesi, i pericoli reali e di immagine causati da una Swissair fallita e da una Ubs salvata in extremis dal fallimento, fossero stati provocati da stranieri: in realtà, i responsabili non hanno fatto un giorno di carcere, al contrario hanno avuto la ‘buona’ e ricchissima uscita). Non dimentichiamo che tra il bianco e il nero c’è il grigio, dove ci collochiamo tutti. Mi limito qui a ricordare anche solo alcuni esempi dell’apporto di intelligenza e di lavoro da parte di stranieri di cui il Paese gode: presenza in settori altrimenti inagibili (ospedali, cliniche, case per anziani, istituti per disabili), edilizia, insegnamento (università, politecnici, per i quali spesso non abbiamo docenti anche a causa di una carente politica formativa degli Istituti e del Fondo nazionale della ricerca), trasporti, servizi urbani di pulizia ecc. ecc. Preferisco entrare nel merito dell’iniziativa, ricordando che essa regge: - su un catalogo di delitti (da iscrivere nella Costituzione); - sull’automatismo dell’espulsione, quando anche uno solo di essi sia stato accertato; - e sottintende sfiducia nel parlamento e nella Giustizia. Le Camere, entro il periodo di cinque anni previsto dalla legge, e con dibattito democratico, hanno dato vita al regolamento di applicazione dell’iniziativa popolare del 2010, ampliando il catalogo di delitti (in aggiunta a quelle più notorie, si considerano anche le infrazioni di natura finanziaria: riciclaggio ecc.) non previsti dall’iniziativa, lanciata prima che la legge venisse affrontata in parlamento; contro questa nuova proposta non è stato indetto un referendum, come sarebbe stato più logico fare nonché politicamente più corretto. Si è optato per la prova di forza sollecitando il popolo sovrano, sfruttando le componenti della diffidenza e della paura nei confronti dello straniero: il capro espiatorio, populisticamente o demagogicamente identificato, animale o uomo che sia, è ritenuto, da sempre, responsabile dei mali altrui; su di esso la comunità scarica le proprie magagne con estrema disinvoltura, credendo di liberarsi dal proprio senso di colpa grazie a questo processo di trasferimento; non valutando che ben altre possono essere le cause o le radici del malessere, di natura sociale, economica, politica, di provenienza locale e globale. L’accettazione dell’iniziativa sarebbe uno scandalo, in quanto ogni espulsione dal Paese deve avvenire entro il normale ambito dello Stato di diritto; il modo in cui uno Stato tratta lo straniero è un banco di prova della sua qualità; ‘in Svizzera, l’espulsione deve essere decisa da un giudice, non da un articolo della Costituzione; questo è il punto centrale dell’iniziativa’ (prof. Daniel Thürer, professore di diritto nazionale e internazionale all’Università di Zurigo).

Schiaffo per la giustizia

Agli iniziativisti invece non interessa che l’automatismo nell’applicazione di una pena equivalga a uno schiaffo per la Giustizia, e urti contro la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e contro gli Accordi bilaterali del ’99; a me invece importa molto, e ritengo che debba importare anche a ogni svizzero cosciente e responsabile che creda ancora nello Stato di diritto; per gli iniziativisti, ciò che viene statuito democraticamente a Bruxelles sembra non aver valore, come se ciò che si argomenta e stabilisce al di fuori dei nostri confini non contasse. L’iniziativa risulta inaccettabile in quelle sedi (e anche a Losanna) così come dovrebbe risultare moralmente e civilmente inaccettabile a noi tutti; la ‘NZZ’ definisce il catalogo ‘ein juristisches Monstrum’ (30-31 gennaio 2016, pag. 1, seconda colonna). La sfiducia nel parlamento e nella Giustizia, che i sostenitori dell’iniziativa dimostrano, è decisamente antidemocratica: anche solo per questa ragione l’iniziativa va respinta.