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Rassegna stampa

Un Natale a Casa Astra - 28 dicembre 2015

È il primo che al centro d’accoglienza si trascorre nella sede di Mendrisio dopo il trasloco

di Daniela Carugati (La Regione del 28 dicembre 2015)

Tra gli ospiti della struttura, che hanno passato le feste con questa famiglia temporanea. In attesa di un lavoro, un’altra occasione, un po’ di fortuna.

 

 

È il primo Natale sotto il nuovo tetto. Concluso il trasloco, Casa Astra oggi è lì, oltre la soglia della vecchia Osteria del Ponte a Mendrisio. Un sogno che si è trasformato in realtà per chi, come il Movimento dei Senza Voce, da oltre dieci anni si è messo dalla parte di coloro che, per un motivo o per l’altro, si ritrovano in strada. Di questi tempi sono in circa una quindicina ad aver trovato un approdo in via Rinaldi – che di posti letto ne ha 24 – e a trascorrere così le feste al caldo. Fuori la consueta frenesia del traffico che affolla lo snodo di Croce Grande ha lasciato il passo alla quiete serale della Vigilia. Dentro come capita in ogni famiglia ci si prepara al cenone. Nouri si è messo come sempre ai fornelli e si destreggia tra i pentoloni e le orate da mettere al forno. «Stringiamo un po’ la cinghia per dare modo di fare sentire ai nostri ospiti che è davvero un giorno di festa», ci dice mentre le sue mani si muovono veloci tra le vettovaglie. Di là si prepara la tavola. E non può mancare la tovaglia bianca: si tratta in fondo di una notte speciale. Al desco di Casa Astra l’aspetteranno insieme cristiani, musulmani e persino un mormone. Alcuni sono qui da circa un anno altri da qualche mese, per tutti questo è un punto di passaggio, dove recuperare le forze e fiducia in sé stessi, per poi riprendere il viaggio della vita.

Facundo, lui, è un viaggiatore nato: pronto ad andare là dove c’è lavoro. Italo-argentino con radici siciliane, è a Mendrisio in attesa di ricevere i documenti e il lasciapassare per il Canada: sua moglie e i suoi 3 bambini sono Oltreoceano. «Ci ero già stato a Casa Astra, 4 anni orsono a Ligornetto – ci racconta –. Qui ti danno una mano: un letto e una doccia calda non mancano mai. Donato (Di Blasi, fondatore e responsabile, ndr), Maria (Invernizzi, pur lei tra i fondatori e membro del gruppo di gestione, ndr) sono troppo gentili». Trentadue anni, dai 18 ‘on the road’, Facundo ha pure trovato lavoro come piastrellista mentre aspetta di rimettersi in cammino. «Mi assumerebbero subito, ma devo raggiungere la mia famiglia e domani, chissà, tutti insieme andremo in Australia. La mia meta finale è quella», ci spiega. Le destinazioni di Fernando e Antonio, per contro, sono più vicine. L’uno, ticinese, attende una sistemazione definitiva in una struttura, l’altro, italo-svizzero, si fermerà per la notte. Nonostante le difficoltà quotidiane, iniziate con la perdita del posto e la separazione, si dà tempo un paio di anni prima di decidere del suo destino. «La mia idea è di andare nelle Filippine; vedremo». Costantino afferra la chitarra e si mette a pizzicare le corde per cavarne un motivetto: si capisce che non ha voglia di parlare. Franco, invece, 39 anni, non si sottrae. Viene dal Camerun e presto dovrà tornarci. «Non mi hanno più rinnovato il permesso – motiva –. Un giorno o l’altro pensavo di rientrare al mio Paese, lì c’è la mia famiglia. Andarci in questo modo, però, mi dispiace». Parla un italiano senza esitazioni: in Ticino c’è da quasi 10 anni, ci è venuto per studiare e qui ha conseguito il diploma di meccanico. «Ormai mi sto preparando a partire», annota con rassegnazione mentre aiuta ad apparecchiare. «Come sono arrivato a Casa Astra? Ci sono da circa un anno. Senza permesso e senza casa e con dei lavoretti saltuari, quando ho finito i due soldi che avevo in tasca mi sono ritrovato qui. Per fortuna». Anche Valerio si ritiene fortunato di aver trovato, da tre mesi, un punto d’appoggio in via Rinaldi. Ha solo 29 anni, ma è in attesa di trovare un’occupazione: separato con un figlio, al momento non aveva dove andare. «Prima sono tornato dai miei genitori in Puglia, ma la lontananza dal bambino si faceva sentire troppo. Così ho deciso di rientrare in Ticino», ripercorre accennando un sorriso triste. E per il futuro? Ha un sogno piccolo: un impiego, una casa, la possibilità di stare con il figlioletto. Stefano è giunto al centro di prima accoglienza più o meno nello stesso periodo, anche se per vie diverse. Lui, luganese, si è ritrovato per strada con il suo cane dopo aver perso il posto «dopo 25 anni di fatiche. E ancora non so perché – ci tiene a far sapere –. Sono un agricoltore di 47 anni, che alternative posso avere? Qui mi hanno accettato e ho trovato una famiglia», ribadisce con riconoscenza. Giovanna, invece, stasera è venuta a dar man forte. Volontaria, chiediamo? «Sono qui per festeggiare con loro», ci risponde con semplicità disarmante. «E ha portato lo strudel», aggiunge Nouri, che chiede di suonare la campana.

Si va a tavola, le tagliatelle non aspettano. «Tanti auguri!». E buona vita.