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Rassegna stampa

Le bombe hanno un'anima? - 25 novembre 2015

di Dick Marty (La Regione del 25 novembre 2015)

Sganciare una bomba, premere il grilletto di un mitragliatore o dirigere da un computer un drone su di un gruppo di persone a migliaia di chilometri sono gesti di una facilità sconcertante. Dalla strage del King David Hotel di Gerusalemme a Piazza Fontana, dalla stazione di Bologna a quella di Madrid, dalla metropolitana di Mosca a quella di Londra o dall’ospedale recentemente colpito in Afghanistan a My Lai, per non citare Hiroshima e Nagasaki, chi ha agito e chi ha dato l’ordine di colpire era perfettamente cosciente di massacrare indiscriminatamente bambini, donne e uomini esseri umani uccisi in un momento della loro pacifica vita quotidiana. Per tutti gli autori e i mandanti di questi massacri il sacrificio di innumerevoli innocenti era considerato un semplice mezzo necessario per perseguire uno scopo ritenuto più importante di quelle vite umane. Agghiacciante. Certo, c’è chi farà dei distinguo tra le varie stragi, mostrando comprensione per talune e indignandosi per altre. Si parla così di bombe intelligenti, chirurgiche, di danni collaterali inevitabili, di scelte fatte per evitare danni maggiori.

Morti: la gerarchia delle emozioni

Anche tra i morti dei massacri sembra esistere una gerarchia nelle emozioni. Siamo giustamente stati inorriditi dalla strage di Parigi. Da ormai quattro anni fatti analoghi capitano quotidianamente in Siria. Forse ci siamo indignati alla vista delle immagini, ma siamo rimasti sostanzialmente spettatori indifferenti. Vero, la Siria è lontana, è abitata da musulmani che, forse anche inconsapevolmente, proprio per questo consideriamo corresponsabili. Temo che il giudizio della storia sarà implacabile nei confronti dell’atteggiamento delle opulenti società europee di fronte alla terribile tragedia che si svolge in quei territori e nel Mediterraneo. C’è chi designa l’islam come corresponsabile. Forse, ma attenti alle scorciatoie. Ricordiamo che finora la stragrande maggioranza delle vittime dell’Isis sono musulmane. L’islam non è una religione organizzata in modo unitario e gerarchico come lo è, ad esempio, la chiesa cattolica. L’impero Ottomano ha peraltro offerto esempi notevoli di libertà religiosa e di rispetto per le altre chiese. Non è tanto l’islam il problema quanto l’ideologia che alcuni ritengono di poter fondare sul corano, come certe sette hanno completamente sconvolto i valori di altre religioni. E a proposito della macabra contabilità dei morti: vari studi concludono che l’intervento degli americani e dei loro alleati in Iraq abbia causato oltre un milione di morti. Non nel nome dell’islam e nemmeno in quello della libertà, come pretendeva chi ha dato l’ordine di sganciare le bombe, ma per meri interessi, mascherati dalle note menzogne.

 

 

Isis, inazioni e finanziamenti

Secondo alcuni sociologi esistono parecchie somiglianze tra l’ideologia dell’Isis e il nazismo; confronto assai pertinente, entrambi mirano all’annientamento di chi non è con loro. Il nazismo è nato in un Paese di grande cultura e profondamente cristiano, non per questo possiamo colpevolizzare il cristianesimo. Si tratta allora di sapere come battersi contro una tale ideologia, cosa fare di fronte alla simpatia crescente, al fascino che molti giovani, nati e cresciuti da noi, provano per un movimento tanto efferato. Con le bombe su Raqqa? Non sono tanto ingenuo da pensare che a questo punto si possa fronteggiare il fenomeno senza mezzi militari. Rimane tuttavia una sconcertante constatazione: per anni si è fatto poco o nulla per soccorrere la popolazione siriana, lasciando l’Isis conquistare un territorio e procurarsi mezzi finanziari assolutamente impressionanti. Perché non essere intervenuti per almeno creare un’area protetta per la popolazione? Perché aver tollerato il ruolo più che ambiguo della Turchia? Erdogan si è dimostrato maggiormente interessato a danneggiare i Curdi che combattono l’Isis piuttosto che controllare il passaggio di islamisti attraverso la sua frontiera. Perché il governo socialista di Hollande ha preferito vendere armi per decine di miliardi a dittature arabe senza chiedere conto della loro duplicità nei confronti dell’estremismo islamico?

Bombe e banlieue esplosive

Ogni bomba su Raqqa ucciderà anche civili, bambini, mamme, padri, già vittime del terrore dell’Isis. Ogni bomba alimenterà l’odio e la voglia di vendetta, darà un’ulteriore carica per passare all’atto a chi nelle banlieue vive nel risentimento. I bombardamenti in corso costano miliardi; ancora una volta, come per l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia festa grande per l’industria e i mercanti d’armi. Pochi, pochissimi i mezzi, invece, per risanare socialmente e culturalmente le banlieue dove vivono le seconde e terze generazioni di famiglie provenienti dalle colonie di ieri vittime di feroci repressioni e oggi trattate come cittadini di seconda classe. Molti di questi giovani sono disoccupati, sono considerati sistematicamente sospetti dalla polizia, non ricevono nemmeno una risposta quando richiedono un lavoro, il loro nome e il loro aspetto essendo più importante del loro passaporto tricolore. Una realtà ad alto potenziale devastante, un fenomeno noto da anni e per il quale non ci sono mezzi e, soprattutto, nessuna volontà politica. Non si annienta un’ideologia con le sole bombe. Un francese, ostaggio per quasi un anno dell’Isis, ha dichiarato in un’intervista che questi individui non hanno paura delle bombe, ma della nostra unità, ovvero della nostra capacità di rimanere coerenti con i nostri valori democratici e di libertà. Il piglio guerriero di Hollande e le bombe su Raqqa hanno fatto risalire la sua curva di popolarità. Non per molto. Trascurare i bersagli più pericolosi avrà conseguenze ancora più devastanti. Le bombe e le portaerei allora non serviranno.