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Rassegna stampa

Nel villaggio viene a galla la mediocrità - 22 novembre 2015

STEFANO PIANCA (Il Caffé del 22 novembre 2015)

In molti, come rane immerse vive in una pentola d’acqua fredda, non si sono accorti che la temperatura stava salendo. Invece, gradualmente, la rabbia e i rancori, attizzati ad arte, sobbollivano. Colpa del pupulismo, la malattia che all’inizio degli anni ‘90 la Lega ha inoculato nel corpo di una società ancora smarrita dal crollo delle ideologie, facendola ammalare di paure. Perché il villaggio Ticino è stato il precursore - negli stessi anni in cui Bossi creava il mito farlocco di una Padania figlia dei celti - di una chiusura analoga che portava anch’essa ad un culto, non quello dei Leponti, sarebbe stato troppo. Ci è bastato credere in una presunta superiorità indigena. “NaTivo” è l’etichetta cattiva che un ministro esibisce con fierezza sul proprio telefonino. Appestati, ma in compagnia, se nel 2015 ormai pochi Paesi europei possono dirsi risparmiati da questo morbo. Lo dimostra il viaggio in sette puntate che il Caffè inizia oggi e che, attraverso analisi di esperti, vuole illuminare stanze e sottoscala in cui il Male ha attecchito. Dalla politica, all’economia, alla comunicazione, eccetera... Che in realtà si farebbe prima a dire dove oggi non c’è stato contagio.

Perché col populismo, purtroppo, si vince o ci si va vicino. E qui sta il dramma che ha spinto - una batosta dopo l’altra - anche i partiti storici ad alzare bandiera bianca. Fino a che la società ticinese ha scoperto di non avere più anticorpi. Immunodepressa e bollita. Ce lo dimostra un fatto di questi giorni: il sostegno compatto alla candidatura del ministro Norman Gobbi al Consiglio federale. Dal Plrt al Ps, anche insospettabili consiglieri nazionali e candidati in campagna hanno garantito l’appoggio al neo tesserato udc. Appunto, un popolo. Un capo. Nella logica esclusiva del populismo l’eletto deve prima di tutto essere “uno di noi”. In questo darwinismo al contrario giunge in vetta chi meglio incarna la mediocrità. Perché stare in mezzo è garanzia di non appartenere alla casta, alle élite indifferenti alle sofferenze del popolo, contro le quali i demagoghi a parole si battono. Peccato che poi gli stessi politici populisti mostrino la medesima sfrenata ambizione per le poltrone. E fingendo di non veder contraddizioni continuano a definirsi “uno di noi”. Da quel nirvana del sedere al caldo, che a parole condannano. Questa è la vera, per usare una citazione, grande bugia. Ma, immersi come siamo nella broda bollente, finiamo per non accorgercene.