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Rassegna stampa

La lezione di Expo 2015 - 27 ottobre 2015

Le lezione di Expo 2015. Berna è vicina il Ticino lontano

di Dalmazio Ambrosioni (La Regione del 27 ottobre 2015)

L’Expo milanese finisce in gloria, al contrario di com’era iniziata: dalle critiche a tappeto alle unanimi lodi, dalle stalle alle stelle. Supera il traguardo dei 20 milioni di visitatori, ritenuto impossibile; le statistiche dicono che il turista Expo è contento, quasi 9 su dieci, una buona maggioranza dei visitatori ci voleva tornare e, a guardare i risultati, dev’esserci tornata. Expo si è rivelata un’occasione vincente. Ci sono andato la prima volta il 20 maggio, ancora fresca d’intonaco, rimanendo sorpreso di tre cose: quanto fatto (ponti, strade, collegamenti, strutture); qualità dell’accoglienza (informazioni, personale disponibile già in fase di avvicinamento, pulizia); abbondanza e qualità dell’offerta, tenendo conto che si tratta pur sempre di una fiera. Per noi il punto di riferimento è stato il padiglione svizzero. Esteticamente non il massimo, ha centrato in pieno il tema: la responsabilità personale, l’equa ripartizione degli alimenti, la responsabilità: ce n’è per tutti? Risposta: non ce n’è per tutti, chi primo arriva, arraffa. Che tradotto vuol dire: le disuguaglianze in fatto di alimentazione ci sono e rimangono, drammaticamente. Il padiglione Ch l’ha messo in rilievo al di là di ogni dubbio. Oltre due milioni di persone l’han visitato, un successo impensabile.

Il Ticino ufficiale ha marcato assenza. I ticinesi ci sono andati, nei piazzali molti pullman targati Ti. Diverse associazioni ne hanno fatto il perno della loro attività annuale, altre hanno approfittato per farsi conoscere ad un vasto pubblico. Commento generale di chi c’è andato? “Ero contro, mi devo ricredere”. Allora chiediamoci i motivi dell’iniziale e diffusissimo essere contro. Ognuno ha i suoi, i peggiori sono quelli alimentati dalla propaganda politica. Si sapeva che l’Expo sarebbe stata un’occasione unica, storica, imperdibile: un’esposizione universale a due passi da casa non l’avremo mai più. Il Ticino ha detto no centrando in un colpo solo due pessimi risultati. Il primo è confederale. Tutto il resto della Svizzera è rimasto sorpreso: ma come, contavamo su di voi che conoscete lingua storia cultura e geografia, che con Milano e l’Italia avete (dovreste avere) contatti regolari, vi consideravamo i nostri ambasciatori e voi ticinesi ci avete risposto arrangiatevi? Che fiducia potremo avere in voi? Il secondo è proprio l’occasione persa. Nel mondo è quasi impossibile far passare il concetto di Ticino, di Svizzera Italiana, di una Svizzera a sud delle Alpi, e infatti spendiamo un sacco di soldi solo per dire che ci siamo. E adesso che abbiamo il mondo sotto casa ci chiamiamo fuori? Prendiamo Lugano e il Lac, con l’immenso bisogno di farsi conoscere. Esserci era suo interesse, meglio se con un proprio stand attrattivo: come recupererà quei milioni di persone? E, se mai ci riuscirà, quanto gli costerà? Follie di una sindrome sempre più diffusa, quella del Tafazzi (ricordate il personaggio di Aldo Giovanni e Giacomo che si batte sul punto più sensibile?). Adesso cosa ci porteremo a casa, oltre al granito del Gottardo? Intanto l’ormai diffusissima convinzione (a parte qualche incallito barricadero, rimasto nella giungla della propria presunzione) di esserci fatti un clamoroso autogol, con l’unica fierezza (?) di aver saputo sbagliare da soli; poi un pur inconfessato grazie all’altra Svizzera, quella di Berna Zurigo e Basilea, che ancora una volta ci è venuta in soccorso degnamente rappresentandoci. L’Expo ci dice che Berna è vicina, il Ticino lontano.