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Rassegna stampa

Coscienza identitaria in declino - 21 ottobre 2015

di Carlo Piccardi, musicologo (La Regione del 21 ottobre 2015)

Troppo sbrigativamente è stata archiviata la votazione dello scorso 14 giugno, riguardante la mancata approvazione da parte dei ticinesi del nuovo sistema di riscossione della tassa radiotelevisiva: un paradosso considerando che esso favorisce maggiormente la nostra realtà marginale. Che la motivazione di tale posizione (in controtendenza rispetto al risultato federale) sia da ascrivere al prevalere del principio per cui solo chi usa i mezzi di ricezione sia tenuto a pagare, oppure alla scemata fiducia nella Rsi, è secondario rispetto al significato profondo che vi traspare, cioè l’indebolimento della coscienza identitaria nella nostra popolazione. Tale risultato si iscrive infatti nella scia di altri episodi che confermano il disorientamento dei cittadini ticinesi a livello dell’italianità, in passato richiamato attivamente come principio fondativo nei rapporti con la Confederazione, ma oggi arretrante come risposta isterica al crescere dei malintesi politico-economici emersi nel rapporto con il grande vicino.

L’atteggiamento anti-italiano

È infatti indubbio che già nella votazione dello scorso anno sul contributo cantonale al padiglione svizzero di Expo 2015 il rifiuto del popolo ticinese fosse soprattutto il risultato di un atteggiamento anti-italiano, serpeggiante con forza crescente nella popolazione in seguito al modo di percepire l’aumento del frontalierato come una minaccia, sul cui fuoco soffia alla grande il populismo dilagante. Ora viene da chiedersi cosa ne è (e sarà) di questo principio, iscritto nella Costituzione cantonale (il cui preambolo si richiama alla fedeltà del popolo ticinese “al compito storico di interpretare la cultura italiana nella Confederazione elvetica”), quando lo strumento maggiore di cui disponiamo per affermarla, cioè la Rsi, viene ritenuto trascurabile, per di più esponendolo al pericolo di un ridimensionamento.

Nazionalità e identità

A dire il vero le avvisaglie di tale degenerazione identitaria risalgono almeno al 1990, quando Giuseppe Martinola in un’inchiesta sul “Ticino che cambia”, ricordando come nell’800 dal nostro Gran Consiglio si innalzasse a volte la voce estrema di “nazionalità, che era un’affermazione piena e ferma”, constatava l’affacciarsi di un sinonimo: “Identità, che a ben considerarla è un dire e non dire italianità, e piuttosto un non dire, rinchiudendosi in un isolamento piccino e gretto”. Gli faceva eco Adriano Soldini nel “Cantonetto”, affermando: “Qui c’è troppa italianità senza Italia”, presentendo la situazione odierna della tracotante aspirazione di chi vorrebbe innalzare barriere innaturali al confine di Chiasso. Ma se allora fra gli intellettuali c’era chi si allarmava, oggi purtroppo fioche per non dire inesistenti sono le voci che si manifestano a richiamare l’attenzione su una vera e propria deriva identitaria. In proposito è istruttiva l’analisi della votazione del 14 giugno dove già spicca la divergenza tra il risultato ticinese e quello del Cantone dei Grigioni, in cui invece la legge è stata approvata. Se entriamo nel dettaglio però, vi riscontriamo come (tranne il comune di Poschiavo) il voto dei grigionesi di lingua italiana sia stato purtroppo negativo (così come nella parte tedescofona del cantone), mentre solo i territori romanci con la città di Coira hanno optato per il sì. Cosa significa ciò? Che nei Grigioni ha prevalso la coscienza di quella parte del cantone consapevole della posta in gioco a livello di strumento di promozione e difesa della minoranza romancia (notoriamente la più minacciata). La stessa consapevolezza ha avuto un ruolo in Romandia, assai meno minacciata ma coerentemente schierata a difesa dello stesso principio. In tale circostanza, incapace di mantenere l’asse portante del rafforzamento delle minoranze, la posizione della Svizzera italiana è quindi risultata anomala (per non dire autolesionistica). In Ticino c’è quindi un problema, che non è solo politico ma che è soprattutto culturale.

Il ruolo della lingua e della cultura

Più volte ho attirato l’attenzione sulla singolarità di un cantone in cui, attraverso la Lega dei Ticinesi, ha preso piede un’anticultura programmatica, opposta alla logica della condizione di base di tutti i partiti delle realtà minoritarie, impegnati a difendere la loro identità riferendosi organicamente alla cultura. Che siano populisti o meno, sono la lingua e la cultura l’emblema dei partiti che in Europa si sono imposti per rappresentare gli interessi delle rispettive minoranze: in Catalogna, nei Paesi baschi, nelle Fiandre, nell’Alto Adige ecc. Il richiamo della minoranza alla lingua e alla cultura di riferimento dovrebbe quindi essere un fatto normale, antropologico, un mezzo per manifestare orgogliosamente la ricchezza del proprio patrimonio di tradizione, e la propria distinzione in una dialettica costruttiva dei rapporti con gli altri. Da noi l’italianità è diventata invece un concetto evanescente, richiamato per dovere dalle autorità e dalle istituzioni, ma impallidito nella coscienza comune; risvegliata quando risulta minacciata (ad esempio di fronte alle inadempienze dei cantoni d’oltre San Gottardo nell’offrire l’insegnamento dell’italiano nei licei), ma lasciando poi alle sole autorità e agli addetti ai lavori il compito di prese di posizione e trattative.

L’illusione dell’autonomia

Nessuno finora si è dato la pena di spiegare tale evoluzione, preoccupandosi di contrastarla. Una delle ragioni, a mio parere, è l’illusione di vivere in una situazione di autonomia che, pur essendo più di forma che di contenuto, ci dà la sensazione di essere padroni del nostro destino senza costringerci a una lotta di conquista di diritti garantitici ormai da lungo tempo. Infatti non c’è minoranza al mondo più protetta della nostra, con riconoscimento e sostegno della nostra specificità a tutti i livelli, di istituzioni (università, Rsi appunto) e laute forme di promozione (Pro Helvetia ecc.). Essendo ritenuti doverosi, automatici, tutti questi sussidi erogati con generosità hanno in un certo qual modo ingenerato una passività fra gli stessi operatori culturali, i quali, invece di fungere da antenna d’allarme nei momenti di crisi, si rinchiudono nel loro particolare venendo meno alla funzione di custodi della coscienza identitaria. Orbene, la crisi dell’italianità è palese, a cominciare dall’assecondamento dell’inglese penetrante ovunque, al di là di ogni limite ragionevole, in un processo di omologazione che produce un livellamento letale per chi vive una realtà di minoranza. Da anni segnalo la brutta moda di denominare con titoli esotici gli appuntamenti festivalieri estivi alla nostra latitudine. Orbene, al di là dell’inopportunità di rifarsi a massicce importazioni di modelli musicali a noi estranei, alle già maccheroniche denominazioni di Tenero Music Nights e di Open Air Palagnedra, è venuto ultimamente ad aggiungersi un Caslano Blues Festival. L’iniziativa bellinzonese di sfruttare la corte del municipio per proporre una rassegna di musica popolare finalmente sintonizzata con la nostra tradizione è stata sciupata nell’intitolazione: Slow Music 2015. Da parte sua il Long Lake Festival di Lugano continua imperterrito a battezzare le sue diramazioni: “Family Festival”, “Afternoon Tea Party with Two sweet sweet cellos”, “City Beats Festival”. E questo capita nella città maggiore del Cantone, dove il Lac affida il compito di accogliere gli ospiti al “guest management”. Il Cantone non è da meno, in particolare alla Supsi con i suoi master in “Advanced Studies”: “Tax Law”, “Business Coaching”, “Skills’ Empowerment”, “Library and Information Science” e chi più ne ha più ne metta. Sul fronte opposto, di chi si pretende paladino della difesa della nostra identità, la chiusura verso ciò che proviene da “oltreramina” dà lo sfogo all’esibizione di un italiano parodistico, infarcito di espressioni di radice dialettale: “Tettarci dentro”, “figura di palta”, “andare a manina”, “calare le brache”, “prendere su e portare a casa”, “valere una sverza”, “cadrega governativa”, “come se niente fudesse”, “avere la tolla di”, che spadroneggiano nelle pagine del “Mattino della domenica”. Altro che Forum per l’italiano in Svizzera, impegnato a denunciare le inadempienze degli altri cantoni nel rispetto della nostra lingua ufficiale! Sarebbe invece ora di darsi una mossa a livello delle nostre stesse istituzioni. Perché non istituire allora un delegato cantonale incaricato di monitorare il rispetto della nostra lingua (una specie di ombudsman) e di epurare i testi amministrativi dalle forme imbastardite? Ma questa è solo la superficie del problema. L’identità passa dalla storia. Orbene basterebbe un sondaggio fra gli studenti diplomati delle nostre scuole per rendersi conto del deficit di conoscenze per quanto riguarda la storia della Svizzera italiana. Quanti al di là dello scontato Stefano Franscini saprebbero elencarci i nomi di personalità o di fatti fondamentali della storia cantonale? Quanti sarebbero in condizione di superare il sommario esame di storia svizzera imposto agli stranieri richiedenti la cittadinanza? A questi ultimi si è pensato istituendo corsi di integrazione, ma probabilmente ne avrebbero più bisogno i cittadini ticinesi stessi, considerando la situazione di sbando a cui siamo giunti a livello di coscienza dell’identità di minoranza.