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Rassegna stampa

Muri e migranti - 2 settembre 2015

di Roberto Malacrida, medico (La Regione del 2 settembre 2015)

Lo Stato moderno fu concepito, almeno in parte, sull’idea di una permanenza normalmente stabile dei suoi cittadini entro i confini territoriali, ma oggi la globalizzazione ci fa capire che tale presupposto non è più reale né possibile: nasce quindi il problema dei migranti e dei confini. È interessante notare che la costruzione (in Ungheria) o la distruzione (in Germania) di un muro perseguono lo stesso obiettivo immaginario, cioè quello di mantenere uno Stato con una cultura omogenea, dimenticando però che nessuno Stato, in realtà, lo può ottenere. Proprio per questo appare assurdo che il ministro degli Esteri britannico si senta “minacciato” dall’immigrazione africana perché – a suo parere – essa metterebbe in crisi le confessioni, le istituzioni, le culture e persino lo “stile di vita” del nostro continente; invece, il vero problema è che il fenomeno migratorio mette a dura prova la nostra capacità di tollerare e rispettare l’Altro in difficoltà economiche o in fuga da guerre e persecuzioni. Inoltre, se ci soffermiamo sullo “stile di vita”, converrà ricordare che la sua diversità all’interno delle stesse nostre popolazioni autoctone causa già da secoli una differente mortalità rispetto alle malattie. Semmai, anche i politici inglesi (vedi il Rapporto di Michael Marmot sulle diseguaglianze di salute) dovrebbero finalmente darsi davvero da fare per ridurre gli estremi delle differenze in risorse dei loro concittadini, senza colpevolizzare a torto e ingiustamente i migranti. Un altro esempio poco edificante è quello del primo ministro ungherese Viktor Orban, che sta costruendo un muro di reti metalliche alto quattro metri e lungo centosettantacinque chilometri per bloccare l’entrata dalla Serbia e, parole sue, impedire il multiculturalismo oltre che l’immigrazione economica. Anche nel nostro Paese si cerca di scoraggiare indirettamente i migranti, soprattutto quelli che lo sono per motivi economici: pensiamo alla proposta del Ppd di non versar più la “paghetta” (da sostituire con buoni per l’acquisto di generi alimentari di prima necessità) o di non concedere più il diritto d’asilo agli Eritrei, decisione mai presa da alcun Paese europeo, neppure dall’Ungheria. Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, pensa che quando la fraternità viene meno, cresce la paura dello straniero, dello sconosciuto, del diverso; ma questa paura va razionalizzata perché l’accoglienza è una responsabilità umana, perché l’Altro è uguale a me in dignità e diritti (‘La Repubblica’ dello scorso 13 agosto).

L’ossessione del troppo pieno

L’opinione corrente della popolazione è dominata dall’ossessione del “troppo pieno”, dell'invasione incombente dei nostri spazi da parte di presenze umane “altre”. Mi piace ricordare che la nostra situazione non è finora per nulla caotica (nella seconda metà degli anni Novanta, ai tempi della guerra dei Balcani, le richieste d’asilo erano almeno di un terzo superiori rispetto a oggi): l’Udc ritiene che la questione “ribolle nella popolazione”, ma, dati alla mano e come afferma Ruth Dreifuss, davvero “la barca non è piena” e non dobbiamo correre il rischio di ripetere gli errori fatti durante la Seconda guerra mondiale, quando alzammo barriere davanti alle famiglie ebree profughe nella zona del lago di Costanza. Amarelle Cesta, presidente della Commissione delle istituzioni politiche, ritiene che l’Udc faccia campagna attorno al problema dell’asilo “in modo menzognero, perché la stigmatizzazione degli Eritrei non ha senso e favorisce la xenofobia”. Anche in Italia, la Lega dei Matteo Salvini e Roberto Maroni spaventa la popolazione parlando di emergenza e proponendo che non si lascino più approdare sulle coste italiane i barconi con migliaia di profughi vulnerabili a bordo, alla mercé di scafisti senza pietà: in verità, anche nella vicina Penisola l’emergenza è artificiale (semmai mancano misure concrete e organizzative adeguate) se si pensa che per esempio la Svezia, con una popolazione cinque volte inferiore, accoglie lo stesso numero di profughi. Ricordo poi che la Germania ha deciso di accettare tutti i Siriani e di sospendere l’accordo di Dublino. D’altronde, la responsabilità politica induce a cercare di risolvere le situazioni complesse rispettando i diritti fondamentali di ogni persona. Per quanto riguarda le domande d’asilo per motivi economici, penso che non dovremmo dimenticare la realtà dei nostri emigranti e di quelli della vicina Italia che all’inizio del secolo scorso (i primi) e negli anni Sessanta (i secondi) lasciarono le loro terre per sopravvivere ed aiutare a sopravvivere i loro cari restati a casa, cercando libertà, lavoro e cibo. Ora, per ritornare al discorso dell’illusione di una cultura omogenea: non voglio pensare che s’intenda sopportare utilitaristicamente il rischio di una contaminazione culturale da parte dei russi e degli arabi ricchi che frequentano la nostra terra, rifiutando invece egoisticamente quella delle donne e delle bambine che arrivano ai nostri centri d’accoglienza, magari dopo aver sfiorato la morte attraversando il Mediterraneo. L’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma il diritto di lasciare il proprio Paese e questa libertà non è certo acquisita in tutto il mondo; inoltre, al diritto di emigrare non corrisponde quello d’immigrare e la disuguaglianza nel rilascio dei visti è enorme. Adriano Prosperi scriveva recentemente (‘La Repubblica’ dello scorso 11 agosto) che il problema dell’accoglienza mette a prova le capacità delle istituzioni, ma ancor più la tenuta dell'unità morale dello Stato; spiegava altresì che occorre distinguere la realtà del problema dell'immigrazione dalla percezione che se ne ha: il volto sorridente di un bambino migrante salvato è un dato reale. Dovremmo riuscire a immaginare anche i visi di quelli che non abbiamo mai visto e non vedremo mai, perché affondati coi barconi; l’intollerabile realtà è che il numero delle persone morte nel tentativo di attraversare il mare fra l’Africa e la Sicilia è di due ogni quattro ore e la nostra immaginazione non ci riesce. Insomma, se si vuol far proprio quel principio dell’etica politica che consiste nel difendere la dignità del nostro prossimo vulnerabile, mi sembra che non resti altro da fare che resistere a tutti quei tentativi volti a impedire una politica d’asilo umanistica, coerente con la tradizione umanitaria del nostro Paese.