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Rassegna stampa

La nostra parte - 29 agosto 2015

di Lisa Bosia Mirra, deputata Ps al Gran Consiglio (La Regione del 29 agosto 2015)

Le lunghe file di profughi in cammino verso la Macedonia, la Serbia, l’Ungheria sono il segno inequivocabile che la guerra che si sta consumando in Siria da ormai più di quattro anni nella completa indifferenza della comunità internazionale si è trasformata in genocidio. Nessuna trattativa di pace prevista all’Onu, nessuna sanzione. Solo accorati appelli del Papa ad accogliere i migranti come fratelli e sorelle. Sono uomini, donne, bambini, anziani in fuga – dopo aver perso ogni speranza in corridoi umanitari che nessuno ha realizzato – dai campi profughi di Libano, Giordania e Turchia. L’inverno è alle porte, chi può scappa sperando di riuscire a forzare i blocchi di polizia e arrivare in Europa prima che l’Ungheria termini la costruzione del muro: Lesbos, Kos, Skopje, poi Belgrado, sono gli ultimi scenari di un esodo che non si fermerà. A muoverli è la paura di morire di fame e di freddo sotto una tenda, nell’oblio generale. Dopo anni costellati da tragici naufragi, accuse reciproche di incapacità di gestire l’emergenza e dichiarazioni di improponibili missioni di contenimento dell’attraversamento del Mar Mediterraneo, le immagini dei profughi in marcia, costretti a mendicare il pane e nutrirsi di bacche lungo il cammino ci dicono tre cose: bloccata una rotta se ne apre un’altra e se non potranno attraversare il mare verranno via terra; sono indiscutibilmente profughi di guerra; siamo ancora del tutto impreparati a una seria politica di accoglienza. I 3’000 profughi siriani che la Svizzera si è detta disposta ad accogliere nei prossimi tre anni, attraverso ricongiungimenti familiari e visti umanitari, sono davvero poca cosa a fronte dello sforzo a cui sono chiamati i Paesi limitrofi. Giunge così particolarmente gradita a chi si occupa di accoglienza dei profughi, la decisione della Germania di sospendere unilateralmente i trattati di Dublino per i siriani: tutti coloro che arriveranno sul suolo tedesco, anche se registrati altrove, potranno chiedere asilo e non saranno rinviati nel primo Paese da cui sono transitati. Si tratta di una decisione unilaterale che la Germania può revocare in ogni momento, ma è anche un monito chiarissimo a tutti i Paesi europei a non ignorare la tragedia del popolo siriano e a fare la propria parte. E noi potremmo fare di più, molto di più se solo ci fosse la volontà politica di farlo, ma non è purtroppo il caso. Potremmo, per esempio, aderire alla petizione lanciata dall’associazione Solidarité Sans Frontières e dichiarare una moratoria per i rinvii Dublino verso l’Italia.

Va anche chiarito all’opinione pubblica che ciò che i politici di centro destra non dicono è che la Svizzera spende per il controllo delle frontiere molto più di quanto investe in missioni di salvataggio e accoglienza. Non ci dicono, i politici di destra, che il fatturato del settore degli armamenti esportati dalla Svizzera nel 2014 è stato il migliore di sempre (563 milioni di franchi). Non ci dicono neppure che questi uomini e queste donne tra qualche anno chiederanno conto del nostro operato: dove eravate voi svizzeri, depositari della Convenzione di Ginevra, dove eravate mentre le nostre case venivano bombardate, i nostri figli gassati, mentre la neve ricopriva le tende nei campi profughi? Cosa avete fatto per facilitare il nostro cammino verso la salvezza? Il nostro Paese ha una lunga tradizione umanitaria, e gli ultimi avvenimenti ci dicono che questo è il momento di aprire le frontiere, non di chiuderle. E sarebbe ora di finirla anche col fumo negli occhi: rifugiati, richiedenti asilo, ammessi provvisoriamente non rappresentano che l’1% della popolazione elvetica, meno della metà dei malati di Alzheimer. Se non sono un problema per la nostra economia i 141 miliardi di franchi bruciati sulle Borse asiatiche, non lo sono i malati di Alzheimer, non si capisce perché dovrebbero esserlo i rifugiati. Misteri pre-elettorali.