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Rassegna stampa

BB e i tribunali - 29 agosto 2015

“Querelano per difendere l’onore del diffamato o soltanto per svilire l’avversario politico e per colpirlo?”: è una bella frase, quella che ho letto stamattina. A pronunciarla è stato Emanuele Verda, avvocato di Adriano Venuti. Adriano Venuti è uno dei tanti Socialisti querelati da Boris Bignasca negli ultimi anni per diffamazione o ingiuria. È toccato a Venuti, è toccato a Cagnotti ed è toccato a Mordasini, peraltro oggetto di un decreto d’accusa proprio in questi giorni.

Prima di iniziare quest’articolo permettetemi però una premessa: io credo nella pur perfettibile Giustizia ticinese. Sono convinto che, se qualcuno sbaglia, indipendentemente dal colore della casacca, è giusto che paghi. Sono convinto che, se qualcuno commette il reato di ingiuria o diffamazione (che sono reati brutti), è giusto che ne risponda penalmente. Infatti il mio articolo non parla di questo, ma dell’uso distorto dell’azione penale da parte di alcuni. Le stesse persone che da anni ogni domenica sviliscono la politica con insulti, fotomontaggi offensivi, epiteti, diffamazioni (ma a loro basta mettere un punto di domanda in fondo a ogni calunnia per evitare una condanna), minacce e bugie. Parlo di Boris Bignasca, direttore del mattinonline. Parlo di Massimiliano Robbiani (colui che, tra le altre cose, voleva infilare Natalia Ferrara Micocci nel camino). Parlo anche della Meutel 2000 SA, società editrice de “il Mattino della domenica” (di cui oggi Boris Bignasca è presidente e di cui suo padre Giuliano fu amministratore unico fino al decesso). Quelli dei “rom raus”, quelli dell’oca Leuthard, quelli della “boa-Mariolini”, di Simoneschi-Cortesi “carampana” vestita in abiti sadomaso. Quelli che auguravano la morte a Orelli. Quelli che alcuni anni fa, basandosi su segnalazioni anonime e senza il minimo controllo da parte della redazione, pubblicarono la lista dei “fuchi di Stato” scrivendo il nome e il cognome di funzionari pubblici che a loro dire – e in base a cosa non è mai stato chiarito – rubavano lo stipendio “ai noss vecc”. L’unica colpa di questi “fuchi di Stato” era probabilmente quella di star sulle palle a un vicino che, per vendetta, aveva inviato un’email a “il Mattino” per sputtanarli pubblicamente. Pubblica gogna. Pubblico massacro senza il minimo di prove. Vite professionali bruciate per una manciata di voti in più. Ma potrei andare avanti all’infinito.

Ora questi usano l’azione penale per intimidire e punire chi, dopo 20 anni di letame, osa rispondere per le rime. Costoro si offendono quando un Venuti qualunque (che oltretutto è originario di Avellino!… come osa questo terrone?) scrive su Facebook che Giuliano Bignasca era un consumatore di droga (basandosi su un fatto documentato) e che per questo motivo era stato condannato. Si offendono. E denunciano. Fanno i permalosi. Loro scrivono che Mariolini è una boa, che Simoneschi è una carampana… e poi si offendono se Venuti dice che Bignasca era un ciccione.

Ma torniamo alla domanda dell’avvocato Emanuele Verda: “Querelano per difendere l’onore del diffamato o soltanto per svilire l’avversario politico e per colpirlo?”. È chiaro: querelano per svilire l’avversario. I tribunali diventano uno strumento della loro politica. Per questo motivo i tribunali dovrebbero tenersi fuori dal gioco ed evitare di essere strumentalizzati.

Per i compagni denunciati da Bignasca o da Robbiani l’augurio è che la loro causa possa concludersi come quella dell’ex docente denunciato da Norman Gobbi per diffamazione per aver appeso un volantino (un volantino!) in cui il ministro veniva paragonato a Göbbels. Ex docente condannato simbolicamente dal giudice Ermani al pagamento di 1 franco quale riparazione del torto morale. Franco simbolico che a Gobbi sembrava troppo poco (lui ne chiedeva 1’000). Ed è così che, in secondo grado, la Corte ha deciso di giudicare irricevibile l’appello di Gobbi, condannandolo al pagamento di 600 franchi di spese giudiziarie e a un indennizzo di 800 all’uomo che lo aveva diffamato. Lo stesso giudice Ermani, leggendo la sentenza, fece chiaramente capire che un esponente leghista, che deve il suo successo elettorale in gran parte alle boiate de “il Mattino”, non può poi piangere in tribunale per aver ingoiato un po’ della stessa merda che ha fatto mangiare agli altri per anni, costruendoci sopra una carriera politica e un lavoro.

Non dico che sia giusto abbassarsi ai loro livelli, ma l’incoerenza leghista si dimostra tale anche in quest’ambito. È un po’ come i bambini che fanno i bulletti e poi quando le prendono vanno a piangere dai fratelli maggiori. Per fortuna però non sempre la spuntano in tribunale. Ed è anche per questo che credo ancora nella seppur perfettibile Giustizia ticinese.