...è ora di svegliarsi

Cerca nel sito

Iscrizione Newsletter

Seguici su Facebook !

Rassegna stampa

Un treno a Gevgelija - 20 agosto 2015

di Gianluca Grossi (La Regione del 20 agosto 2015)

Migliaia di persone affollano ogni giorno la stazioncina di Gevgelija, un paio di chilometri a nord del confine grecomacedone. Sono in massima parte siriani, iracheni e afghani, in attesa di un lasciapassare che consenta loro di salire su un treno diretto a nord. Per molti è la seconda tappa di un lungo viaggio che, se tutto va bene, li porterà in Germania. In Europa.

Gevgelija – Ci sono tre o quattro lampioni. Messi lì come tre o quattro scheletri inutili. Quando fa notte mandano luce gialla. Tareq è geniale. Dice: «Sono i riflettori del mondo sulla nostra vita di profughi». Tre lampadine senza fiato. Tareq è fuggito dalla Siria, è sbarcato sull’isola di Kos, in Grecia, e adesso è in Macedonia, nella stazione di Gevgelija, seconda tappa di un lungo viaggio che se tutto va bene lo porterà in Germania. La luce scende come acqua infetta. Ci sono migliaia di persone nella stazione, un vecchio stabile preso a botte dagli anni e lasciato lì a invecchiare dall’assenza di cure e di soldi. Migranti, rifugiati, profughi: come chiamarli? Esseri umani. Sono ovunque. Famiglie con bambini, grandi e piccoli, i più grandi sono dei soldatini che aiutano i genitori, i più piccoli riescono ancora a giocare, quelli ancora più piccoli sudano per il gran caldo e sono pieni di insetti. Nel mese di luglio ho compiuto un viaggio dall’isola di Lesbo, in Grecia, fino a Vienna, trascorrendo giorni interi nelle tappe principali toccate da questi esseri umani in cammino: Macedonia, Serbia, Ungheria, e Austria. Settimana scorsa sono tornato sul confine fra la Grecia e la Macedonia e ogni giorno sono stato a verificare la situazione nella stazione di Gevgelija. Frequentare queste persone che hanno abbandonato i loro paesi per cercarne altri, osservarle, trascorrere ore nella stessa situazione crea una forma di dipendenza. Vorresti starci insieme ancora di più. Non sono ancora riuscito a capire davvero e fino in fondo i motivi di questa reazione. Credo che abbia a che fare con la vita: la vedi, stando con loro, per quella che è davvero. Fragile, disperata, ma anche piena di energie nascoste e capace di ridere: ridere di se stessa, soprattutto nei momenti più duri, quando ti sbattono una porta in faccia, quando qualcuno ti sbatte giù da un treno diretto a Belgrado perché è più giovane e più forte, quando il solo pensiero che ti gira per la testa è la paura che in Ungheria la polizia ti prenda le impronte digitali e allora te la scordi la Germania o la Svezia. Per farla breve: la stazione di Gevgelija, in Macedonia, rappresenta il momento più drammatico e doloroso del viaggio verso l’Europa che sta dentro ai sogni di tutte queste persone. Sul confine fra la Grecia e la Macedonia, nella località di Idomeni, il sole mette fuori la faccia alle sette del mattino. E, come sempre fa ovunque nel mondo, poco gli importa della scena che illumina. Il sole fa il suo lavoro. Gli esseri umani fanno il proprio. Qui, sul confine, ci sono circa mille persone, forse qualcuna in più. E fanno il loro lavoro: che è quello di attendere che i sei poliziotti macedoni seduti sotto un gazebo di colore verde scuro decidano di aprire il confine e di lasciare passare il primo gruppo di esseri umani. Se guardi verso la Macedonia, vedi una lunga fila di persone, paletti messi lì a segnare il confine. A sinistra hai i binari della ferrovia e, oltre i binari, i primi vigneti macedoni. A destra c’è una distesa terrosa dove le persone vanno al gabinetto, quasi davanti agli occhi di tutti. Non c’è altro. Ci sono, in verità, soltanto persone in arrivo. È un fiume in piena di esseri umani in cammino. Non c’è nessuno a controllare se a qualcuno serva un medico. Ci sono casi di disidratazione e molti casi di dissenteria, malattie della pelle, piaghe, ustioni. Non c’è nessuno ad aiutare. Soltanto un giorno si sono fatti vedere un volontario locale, un greco, con dei medicamenti e dello spray contro gli insetti e due, forse tre collaboratori di una grande organizzazione sanitaria internazionale non governativa. Non li ho mai più rivisti. Quel giorno, si davano un gran da fare. Erano accompagnati da una squadra televisiva dell’agenzia francese Afp.

Di fretta oltre il confine

Il mondo gira bello strano. Dalle sette e trenta di mattina alle undici di sera c’è Lazarus e il suo furgone trasformato in rosticceria. Lazarus vende panini con dentro le patatine fritte, bibite e sigarette macedoni. L’elettricità per la ricarica dei cellulari è offerta dalla casa e disponibile grazie ad alcune ciabatte appoggiate su un tavolino. Sempre alle sette e mezza arriva anche un furgoncino che vende gelati: l’ideale per chi soffre di dissenteria. Questo parte prima. Resta Lazarus, che fa buoni affari, ma è anche una brava persona. Quando i poliziotti macedoni aprono il confine, il primo gruppo si alza da terra e si mette a camminare. C’è un elemento costante, dalla Grecia all’Europa centrale: questi esseri umani camminano ad un ritmo tale che, a volte, è difficile stargli dietro. Sono rincorsi da una furia, da un vento che li spinge. Vogliono mettersi alle spalle il maggior numero di chilometri, ogni giorno. Il ritmo ha a che fare anche con la paura: paura di farsi trovare dai criminali che, durante il viaggio, li derubano dei soldi e dei cellulari. A questo ritmo, tenuto anche dagli anziani, la stazione di Gevgelija, che dista un paio di chilometri dal confine, è raggiunta in breve tempo. Il sole è già alto e ha messo a bollire l’aria. Nessuno sa che cosa attendersi una volta raggiunta la stazioncina ferroviaria macedone. La situazione cambia ogni giorno, ogni ora.

Una fogna

Oggi, Gevgelija è una fogna. Ho scritto: fogna. C’è gente ovunque, allungata per terra, addormentata, sfinita. C’è chi mette all’aria i piedi, ricoperti di piaghe aperte. Gente sdraiata: sul marciapiede, all’interno della ferrovia, e sulle poche aree erbose, al di fuori. Qualcuno ha sistemato lì tre gabinetti portatili, di quelli chimici. Per migliaia di persone. Gli esseri umani fanno i loro bisogni dove possono, si lavano dove possono. Il calore porta il tanfo ovunque e lo trasforma in un chiodo che entra nel naso e nella testa. La situazione igienica è disastrosa. Davanti al commissariato di polizia c’è una lunga coda: la gente è in attesa di un pezzo di carta: il permesso di attraversare il Paese senza incontrare guai con le autorità. Chi può permetterselo, grazie a questo documento prenderà un taxi verso il confine con la Serbia. Chi non ha soldi, prende il treno. Ci sono tre convogli al giorno. Il primo ha soltanto due carrozze riservate alle persone in attesa. Quando arriva, capisci com’è fatto l’essere umano: i più giovani e i più forti sono i primi a scattare e riescono, lavorando di spinte e gomiti, ad avere la meglio sulle famiglie, sulle donne, sui padri con i bimbi in braccio.

Assalto al treno

L’assalto al treno avviene nella totale disorganizzazione: ci sono poliziotti macedoni che urlano di fare questo e fare quello, ma pochi ascoltano e pochi capiscono. Qualcuno fa passare i propri figli attraverso i finestrini, anche gli adulti entrano dai finestrini, da qualsiasi apertura disponibile. Nel disordine totale, una ragazza infilata dentro due short stretti e una maglietta gialla aderente urla «acqua, acqua!». È del posto. Tiene due bottiglie in mano e le vende a un euro l’una a chi è già sul treno e ha messo fuori la testa dai finestrini. Una signora su di chili, anch’essa del posto, vende «banane, banane!». Due euro tre banane. Gli esseri umani in viaggio sono un affare per molti. Un ragazzo avanza urlando «ticatacaticataca»: vende pistacchi e simili e spiega agli uomini che farebbero bene a mangiare quelli invece di fumare sigarette, che danneggiano la salute. Gevgelija è la fotografia della vita. La sera è vicina. Centinaia di persone sono rimaste nella stazione in attesa del prossimo treno e in assenza di qualsiasi informazione. La gente ti parla. Viene a cercarti. Una signora di Damasco spiega di essere ingegnere, suo marito è un artista pittore. Sono in fila per il permesso di soggiorno temporaneo, da ore. È in fuga anche la classe media dalla Siria: il Paese si sta svuotando. La donna spiega che non avrebbe mai pensato di trovarsi in una condizione come questa. Ha osservato la scena del treno preso d’assalto. È scossa dalla violenza prodotta da quelle immagini. Ha una figlia di quattordici anni: in lacrime. Una reazione nervosa, fatta di dolore e rabbia. La donna chiede: «Perché siamo costretti ad andare in Europa in queste condizioni?». Cosa rispondere? Queste persone sono lo specchio delle società dalle quali provengono: ci sono tutte le classi, tutti i caratteri, le indoli. Migliaia di persone e il passato di ciascuna di loro.

Fatma

C’è una bambina allungata per terra sotto uno scheletro che manda la sua luce gialla. Fatma Mohammed Bakir ha sette anni e viene da Bagdad. Una zia spiega che la bambina è nata con una grave malformazione cerebrale, a causa delle bombe sganciate sulla sua città quando l’Occidente ha deciso di cambiare l’Iraq. Non so se siano state le bombe: Fatma ha un corpo senza muscoli e indossa i pannolini, è in stato semivegetativo. Ha gli occhi bellissimi e i capelli bellissimi. Ci vorrebbe troppo spazio per raccontare quella notte trascorsa cercando un modo umano di fare salire Fatma e sua madre e il resto della famiglia sul treno. Giovedì scorso sono passato dalla Macedonia alla Serbia. Nel sud, nel centro di registrazione di Presevo, ho ritrovato uno zio e una zia di Fatma. La bambina è stata portata subito a Belgrado con la mamma e sta bene. Negli occhi dell’uomo e della donna c’era la paura, il terrore di essere separati dal resto della famiglia. Il gruppo rappresenta, per queste persone in viaggio, il solo modo per non sentirsi definitivamente privati della propria umanità.