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Rassegna stampa

Anch'io migrante - 17 agosto 2015

di Lara Robbiani Tognina (La Regione del 17 agosto 2015)

Sono nata a Zurigo, i miei genitori – ticinesi – sono vissuti per vent’anni in quella città. Per certi versi sono stata un’emigrata “di prima categoria”: anche se non parlavo il tedesco, non sono stata obbligata a seguire corsi speciali come i miei compagni italiani e spagnoli. Io ero svizzera.

Non è stato difficile vivere a Bassersdorf, villaggio dove ho conosciuto la realtà dell’immigrazione: tata bergamasca, vicini siciliani, feste con i lavoratori sardi, incontri al cooperativo, alla casa d’italia. Sono stati anni belli, di scambi, di incontri e di conoscenze che mi hanno lasciato molti ricordi positivi.

Poi il ritorno in Ticino. Io e mio fratello rispondevamo in tedesco – anzi, in Züritüsch –. Avevo dodici anni, non era un’età facile per cambiare le mie abitudini, il mio giro di amicizie, il mio modo di intendere e vedere le cose. Non è stato facile, ma ho trovato persone che mi hanno aiutato (a cominciare dai docenti che mi hanno insegnato l’italiano, correggendomi con molta pazienza).

Certo, io e la mia famiglia ci siamo spostati per scelta, la nostra è stata una migrazione all’interno di uno stesso Paese. Gli immigrati veri sono quelli che vengono da lontano, da Paesi diversi dal nostro, dove le tradizioni, il cibo, gli usi e i costumi, la storia e magari anche la religione sono diversi dai nostri. Spesso sono stati costretti ad emigrare a causa di situazioni difficili. E ora si trovano a bussare alle nostre porte con la speranza di una vita migliore per sé e per i propri figli. Oggi, a motivo anche dell’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale di ottobre, il migrante è indicato – da alcune forze politiche – come la causa di ogni male. Del resto è facile colpevolizzarlo: spesso è solo, non padroneggia la nostra lingua, non conosce le nostre abitudini, fa fatica a difendersi. Ma perché investire denaro, energie e tempo contro gli immigrati? Perché considerarli come persone che ci sottraggono qualcosa? Perché dimenticare quanto possa essere vantaggioso, per il nostro Paese, per il nostro benessere, accogliere persone provenienti da altri contesti e integrarli nella nostra società?

Scommetto che molti di voi sono sportivi, o comunque seguono lo sport. E come me vi sarete inorgogliti per i risultati di eccellenza raggiunti da sportivi rossocrociati. Ebbene, quanti atleti svizzeri, campioni nelle loro discipline, sono stranieri? Da Roger Federer e Martina Hingis per il tennis, da Inler al ticinese Behrami, da Dzemaili a Shaqiri, a Fernandes, Xhaka, Emeghara, Ben Kahlifa, Mehmedi, Seferovic, Gavranovic e Drmic e molti altri per il calcio, senza dimenticare cantanti, artisti e scrittori, stranieri divenuti svizzeri che hanno dato prestigio alla nostra Patria.

Negli ultimi anni la migrazione – un fenomeno che il nostro Paese conosce da sempre – ha assunto una faccia più triste e drammatica: i siriani fuggono da una guerra crudele le cui vittime – centinaia di migliaia di persone – sono soprattutto civili innocenti; gli eritrei fuggono da un regime dittatoriale che impone l’obbligo al servizio militare, sia per le donne che per gli uomini, fino ai 70 anni; molti altri fuggono da persecuzioni etniche, politiche o religiose. Chi fugge lascia spesso parte della famiglia che spera possa raggiungerlo, chi parte a volte non ha più nulla dietro di sé se non le macerie di un’esistenza distrutta. Tutti sperano in un futuro di pace e lavoro.

Esiste un dovere, morale ed etico, di aiutare chi è in difficoltà, chi è oppresso e minacciato: è un dovere iscritto nella cultura del nostro continente e della nostra democrazia svizzera. Esiste inoltre un vincolo di umanità che ci lega a chi soffre: e se quella bambina diabetica morta in mare, a 11 anni, perché lo scafista ha gettato l’insulina tra le onde fosse stata mia figlia? E se il bambino siriano con la faccia ustionata dal sole durante la traversata del mare fosse il mio nipotino? E se avessi perso tutti i miei cari, come mi sentirei?

Quello della migrazione è un tema di fronte al quale le reazioni dettate dalla paura, dall’ostilità, dalla mancanza di conoscenza delle situazioni creano solo ulteriore inquietudine. Il tema della migrazione deve essere affrontato con determinazione e con umanità, certi che il nostro Paese ha la forza e la capacità di trovare soluzioni adeguate, per la pace e il benessere di tutti, cittadine e cittadini e migranti.