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Rassegna stampa

Immigrazione, il dovere morale e giuridico di fare qualcosa in più - 4 luglio 2015

di Usman Baig, economista Supsi, Massagno
Corriere del Ticino del 4 luglio 2015
Ticino news, 5 luglio 2015

Dobbiamo ricordare, con forza, che i migranti sono portatori di diritti. Diritti che sono garantiti sia dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sia dal trattato fondativo dell’Unione europea che dalla Costituzione elvetica. L’immigrazione non è una minaccia alla coesione sociale, né un attentato ai diritti di chi è già cittadino svizzero ed europeo, né una minaccia alla sicurezza delle nostre famiglie. L’immigrazione è una scelta dettata dalla necessità: molto spesso è una semplice questione di sopravvivenza.

Non desidero qui elencare le situazioni di criticità, specie nell’Africa subsahariana, in Siria e in Medio Oriente, che spingono la gente lontano dai luoghi natali. Sarebbe un elenco di tragedie belliche, climatiche ed economiche molto lungo.

Desidero semplicemente sottolineare che i flussi migratori sono una costante della storia umana. Se vogliamo essere realisti, quasi ognuno di noi ha un passato d’immigrato: fino al 1848 in Svizzera esisteva solo la cittadinanza cantonale. Un cittadino di Glarona che si spostava a Zurigo era considerato uno straniero. Il passaporto svizzero esiste solo dal 1915 e questo spiega bene come sia difficile definire chi sia “straniero”. Una definizione che è molto influenzata dalla situazione politica, economica e sociale del momento. Noi stessi, intesi come ticinesi, un tempo fummo migranti.

Oggi la situazione si è ribaltata. La nostra vocazione migrante, che prosegue esportando intelletti e cervelli, si è molto ridotta. Siamo un Paese che importa forza lavoro e siamo un Paese di transito, perché la stramaggioranza di chi arriva in Svizzera prosegue il suo viaggio per altre destinazioni.

Ma siamo anche, per quelli che rimangono, un luogo cui si guarda con speranza per un futuro migliore. Sia l’Europa che la Svizzera hanno bisogno di più determinazione politica in materia d’immigrazione legale. Sono consapevole che questo non sia un tema popolare e sia spesso controverso, ma saremo in grado di far fronte all’immigrazione solo se la Svizzera adotterà una solida politica che permetta ai migranti di venire da noi legalmente ed in modo controllato, anziché di nascosto o attraversando il Mediterraneo su imbarcazioni instabili, gestite da loschi trafficanti di esseri umani.

Organizzare l'immigrazione legale è anche nell’interesse a lungo termine del nostro Paese. Secondo il nuovo scenario medio di riferimento realizzato dall’Ufficio federale di statistica (Ust), la popolazione residente permanente della Svizzera passerà dai 7,4 milioni di inizio 2005 a 8,2 milioni nel 2036 e a 8,1 milioni nel 2050. Durante questo periodo, le persone con 65 o più anni aumenteranno di oltre il 90 per cento, mentre subirà una contrazione la popolazione dai 20 ai 64 anni (-4%) e quella dagli 0 ai 19 anni (-15%). Questa contrazione demografica significa due cose: 1. avremo bisogno di sostituire i pensionati sul mercato del lavoro, 2. avremo bisogno di utilizzare i nuovi posti di lavoro creati per servire un numero sempre crescente di persone anziane, in particolare nel settore dell’assistenza.

Abbiamo quindi bisogno di sviluppare una politica in materia d’immigrazione legale per soddisfare la crescente domanda di competenze e talenti. Oltre all’evoluzione demografica, non possiamo ospitare al di là delle nostre possibilità, questo è certo, ma neanche possiamo chiudere la porta in faccia a chi ha bisogno.

Serpeggia un clima di ostilità nei confronti dei richiedenti l’asilo. La crisi economica, le sofferenze relative all’emergenza abitativa, la diversità culturale, generano ansia e preoccupazione. Parte della politica cavalca questo risentimento individuando “nemici”, cercando di costruire sulla base dell’odio un labile consenso elettorale. Non sarà addossando le responsabilità a chi ha un’origine diversa dalla nostra e divulgando una teoria del “suolo e del sangue” che si risolveranno i problemi dell’integrazione e di accoglienza. Sono inammissibili quelle semplificazioni per cui i migranti andrebbero assistiti in mare e poi respinti, al di fuori di ogni grazia divina o umana.

Come ha detto il noto comico Maurizio Crozza, ci mancherebbe solo la proposta di una barriera corallina di migranti, poggiata su chiatte in mezzo al Mediterraneo.

Lo humour nero non serve a mancare di rispetto, ma a scardinare la miseria di discorsi politici votati al consenso. Credo fermamente nella citazione che “i diritti non si fondano sul consenso, ma sulla lotta per il diritto, per la sua osservanza e il suo sviluppo, che significa solidarietà a tutti i livelli, tra europei e nuovi europei, tra governi europei e terzi”. Inoltre, si potrebbe dimostrare economicamente che la migrazione è un vantaggio, ma si rischia di cadere negli stessi schemi utilitaristici dei razzisti che vedono sempre il cibo nel loro piatto scarso quando pure ne buttano. Se si fa un discorso di sostenibilità dei flussi migratori, le stime delle Nazioni Unite ci ricordano che stiamo ben al di sotto di una portata che potrebbe causare veri problemi.

Ma l’unica strada per non vivere nell’emergenza continua è la pace, nei nostri quartieri e nelle regioni in conflitto per non vivere con la vera paura che è quella di vedere gente annegare in mare nonostante le forze dispiegate; per non farci imprigionare dalla degradante paura del diverso.