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Rassegna stampa

Politica e responsabilità - 1 luglio 2015

di Fabio Merlini (La Regione del 1 luglio 2015)

Nella seconda metà del Novecento, il tema di matrice giuridica della responsabilità ha incontrato con forza la questione della vulnerabilità dell’altro e delle risposte alla sua indigenza, rientrando a pieno diritto nell’immenso capitolo delle questioni etiche. Come devo comportarmi al cospetto dell’altro? Dell’altro che assume il volto delle generazioni future; dell’ambiente naturale; dell’uomo, della donna, del bambino, logorati da una disperata, quando non feroce, domanda di riconoscimento? Posso io essere reputato responsabile di ciò che accade loro?

La loro richiesta, esplicita o implicita, di presa a carico deve, e fino a che punto, obbligarmi a una risposta ospitale? Non sono domande cui si possa rispondere in astratto. La responsabilità è un atteggiamento che, al di fuori dei campi definiti dalla giurisprudenza, mette in gioco la sensibilità, il senso del dovere, l’altruismo, l’empatia. Li mette in gioco, a dipendenza di come hanno potuto, o hanno saputo, svilupparsi in ognuno di noi. Può darsi che nonostante la forza impressiva delle immagini e delle informazioni in tempo reale, una società che fa del godimento e della distrazione il suo principale vettore promozionale, sia poco propensa a sintonizzarsi sull’altro, se non quando dall’altro sia possibile trarre qualche utile: come indica bene la sospetta espressione “risorse umane”. E come indica ancor meglio il fatto che relativamente a questo tipo di risorse si sia affermata nel tempo l’esigenza di un training della responsabilità tale da farne addirittura una professione – quella appunto del responsabile delle risorse umane. Certo, sappiamo tutti verso chi e che cosa dobbiamo essere responsabili, ma è un sapere che, come detto, proviene per lo più da un dovere e da un diritto, e la cui trasgressione fa scattare una misura giuridica. Come tema etico, invece, la responsabilità non si limita ai soli casi previsti dalla legge. Il termine con cui nella nostra cultura circoscriviamo una buona parte degli altri casi è “coscienza”. Gli interrogativi dai quali sono partito, si riferiscono infatti alla responsabilità come questione della coscienza. A chi parlano, quando parlano, i volti esasperati alle frontiere o stipati come bestiame su barconi scassati, se non alle nostre coscienze?

Riconoscimento? No, muri

Parallelamente, ci sono invece i contesti in cui si coltivano, oppure si trascurano, le nostre coscienze. E allora non possiamo non pensare all’irresponsabilità di quanti nel nostro Paese, in anni di politica velenosa, con metodo, hanno operato affinché il clima di questi contesti si corrompesse all’inverosimile. Ancora una volta, non si è persa l’occasione di presentare come una brillante soluzione l’idea di rispondere alla domanda di riconoscimento dei migranti alzando un muro alle nostre frontiere. La proposta ovviamente non è né nuova né originale e riproduce a livello pubblico ciò che ognuno fa a casa propria per difendersi dalle visite indesiderate. Ma il punto è proprio questo. Non vedere la differenza, l’enorme differenza, che intercorre tra una risposta politica e una risposta individuale all’emergenza e, anzi, sfruttare la confusione tra i due piani. Quando l’uno viene assimilato all’altro senza distinzione, la politica sopravvive ancora solo come calcolo. Diventa contabilità indiscriminata dei margini di guadagno elettorale, un triste complemento dell’economia speculativa: qualsiasi cosa garantisca profitto diventa lecita. Che un consigliere di Stato, presidente del governo ticinese, incorra in questa confusione è grave proprio in relazione alla questione della responsabilità. Poiché non esistono solo la responsabilità giuridica e la responsabilità dettata dalla voce della coscienza. Vi è anche una responsabilità delle istituzioni, ossia della classe politica. Se dopo l’indecente diserzione delle élite finanziarie dalla responsabilità sociale, dovessimo anche assistere mansueti alla irresponsabilità delle élite politiche, allora le cose sarebbero davvero messe male. E anche se già fosse così (l’impotenza politica dell’Europa ne è certamente un esempio), non stanchiamoci comunque di ripetere perché non debba essere così. Richiamare i nostri governanti alla loro responsabilità politica, significa in primo luogo invitarli ad aiutarci a capire con argomenti seri per quali motivi una cosa sono le risposte individuali alle emergenze e tutt’altra cosa le risposte auspicate dalla collettività e, dunque, spiegarci perché tra Stato e individuo non può esserci coincidenza completa. Soffiare, invece, sul fuoco (“vogliamo anche noi il muro al confine!”), approfittando delle inquietudini dei cittadini, per poi carpirne il consenso come illustra il Gorgia platonico, significa sottrarsi colpevolmente alla propria responsabilità. Non è solo il suicidio della Politica, è anche la fine della dedizione democratica. Responsabile è quella politica che si cura della democrazia, poiché ne riconosce la costitutiva fragilità: la cura, proprio perché se ne preoccupa. L’irresponsabilità politica, al contrario, è l’affossamento della democrazia, in ragione di una mendace prossimità alla gente. Neanche a un anno dalla fine della Grande guerra, e sotto l’impressione suscitata della “rivoluzione di novembre” di Monaco, Max Weber dava alle stampe ‘Politik als Beruf’. Invitava i politici della sua generazione a riconoscere che per una politica matura la responsabilità deve venire prima delle convinzioni. Il richiamo all’ethos della responsabilità, la capacità di valutare, con una intelligente anticipazione, conseguenze ed effetti collaterali delle proprie proposte, è un dovere cui un uomo politico non dovrebbe mai sottrarsi – pena: la perdita della sua credibilità. A meno che le ragioni per farlo non risiedano semplicemente nell’incapacità di prevedere e le une e gli altri. Il che è anche peggio.