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Rassegna stampa

Quando il muro sarà fatto - 26 giugno 2015

Igor Righini (Corriere del 26 giugno 2015)

«Bisogna rinforzare la sorveglianza al confine nazionale. Se l’afflusso di migranti proseguirà a questo ritmo, dovremo chiudere provvisoriamente la frontiera». Così il presidente del Consiglio di Stato alla «Neue Zürcher Zeitung». Il suo collega di partito Lorenzo Quadri dalle pagine del domenicale «Il Mattino» ha spiegato che sul confine tra l’Italia e la Svizzera va costruito un muro. «Se non fisico perché troppo lungo, di certo ideologico!» Ha precisato la consigliera nazionale Roberta Pantani a «60 minuti» la trasmissione dibattito della RSI La 2. Toni da guerra fredda. Effettivamente noi svizzeri dobbiamo proteggere le riserve di formaggio altrimenti i ratti affamati sono pronti a invaderci e prenderci d’assalto. Profughi, frontalieri, stranieri in cerca d’impiego, ladri. Meglio chiudere i confini. Mettere sotto chiave le cantine con le nostre scorte prima che ci lascino tutti in mutande. Questo è per lo meno il messaggio di una certa propaganda politica.

Osservando per bene da un altro punto di vista ci si accorge che il nostro formaggio lo si trova in tutta l’Europa. Come mai? Chi ce lo avrà mai messo? Seguendo la pista del ratto si potrebbe pensare che qualcuno lo ha rubato dalle nostre cantine. E invece no. Lo hanno comperato legalmente per rivenderlo. Che cosa significa? Forse che da noi si vende formaggio nazionale all’estero? E sì, anche se il concetto non piace a tutti è proprio così. La Svizzera commercia con i ventotto Stati membri dell’Unione europea e con il resto del mondo. Importa materie prime e prodotti finiti. Esporta prodotti agricoli, industriali, farmaceutici. Le attività commerciali con l’UE costituiscono una grande fetta del nostro benessere. Per fare questo e altre cose Svizzera e UE hanno sottoscritto contratti ben precisi. Sono stati denominati Accordi bilaterali. La libera circolazione delle persone (Schengen) e gli accordi in materia di asilo (Dublino) sono due fondamenti del negoziato.

Ma se facciamo un muro e chiudiamo la frontiera come vorrebbero fare gli ungheresi, riusciamo ancora a rivendere il formaggio all’UE? Insomma come ci passano i prodotti del nostro benessere nazionale attraverso il muro? Cosa diamo in cambio agli europei per usare a nostro beneficio il loro mercato? Pensate che possiamo sciogliere gli accordi scomodi per rinforzare quelli di comodo? Alcuni dei nostri politici ne sono convinti. Non preoccupiamoci, sono stati eletti dal popolo per il bene della Nazione. E allora avanti sulla linea politica della chiusura. Si faccia un muro fisico e ideologico, si rafforzino i controlli, blocchino le frontiere e mandino indietro gli invasori. E se quel nuovo limite risulterà in aperto contrasto con il diritto svizzero o con quello internazionale, poco importa. Sottoscriveremo patti di sabbia con l’Italia, rigonfieremo il petto di amor patrio e faremo la voce grossa. Poi succederà che i funzionari federali, pacatamente e con un certo imbarazzo, spiegheranno ai ticinesi che, pur condividendo le nostre preoccupazioni, non compete al Cantone Ticino la chiusura di una frontiera. Così ci sgonfieremo. Senza rumore si metterà il parere del presidente Gobbi in un cassetto. E sì perché tra il volere di un consigliere di Stato e quello del Consiglio federale ne passa di formaggio sotto le dogane. Se certe cose non garbano al nostro Governo si trovino intese a Palazzo federale. I proclami sprovvisti di base legale lanciati dalle colonne dei giornali svizzero-tedeschi non ci fanno onore. Così di fronte al resto della Svizzera e dell’Europa cadiamo tutti nel ridicolo.

Quando il muro sarà fatto, magari per dispetto, «dall’altra parte» chiuderanno le frontiere e giocheranno a fare i controlli agli svizzeri italiani. Con una scusa o l’altra manderanno indietro noi con tutte le nostre merci. A quel punto in cosa avremo trasformato il Ticino? Nella nuova Corea del Nord delle Alpi?

Se queste sono le sue intenzioni «mal faga save subit sciur president! I patati io gia semnei, ma sem sempro in temp a manda in l’alp tri porscei al post da vun!».