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Rassegna stampa

La barca é ancora piena - 23 giugno 2015

di Fulvio Poletti, pedagogista (La Regione del 23 giugno 2015)

Le dimensioni assunte dall’afflusso di migranti attraverso il Mediterraneo hanno messo in difficoltà i governi europei e hanno messo a nudo le contraddizioni e la perdita di memoria delle nostre società. Proponiamo qui la riflessione di Fulvio Poletti, responsabile del Servizio didattica e formazione dei docenti della Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana.

Cosa dire e come reagire di fronte all’immane tragedia dei profughi che giungono alle nostre frontiere dai teatri di guerra, accolti da un’ondata d’indifferenza in tutta l’Europa?

L’Occidente impotente o troppo ripiegato su se stesso sta a guardare, così come le asfittiche cancellerie di quell’Unione europea, che più di un’unione sembra configurarsi come un’accozzaglia di Stati preoccupati di non accogliere sul proprio territorio i migranti che giungono su barconi fatiscenti o attraverso le vie balcaniche a bussare alle nostre porte, dopo aver lasciato Siria, Iraq, Eritrea, Libia: quelle aree al cui saccheggio e alla cui degenerazione le potenze mondiali hanno contribuito in maniera sostanziale. Vergognosa e colpevole assenza di progettualità, incapace di affrontare adeguatamente la questione dei flussi migratori provocati in buona parte da politiche scellerate provenienti dalle fila di un Occidente che spesso si è professato ufficialmente paladino e difensore dei nobili ideali della democrazia e dei princìpi di giustizia, libertà e “progresso”. Sino ad arrivare ad “esportarli” in territori ancora “barbari” del Medio Oriente (e altrove), da colonizzare surrettiziamente con i nostri “valori” superiori secondo una scala ancora improntata a un evoluzionismo arrogante ed etnocentrico. Come non rievocare l’atteggiamento di praticamente tutte le nazioni europee che nell’imminenza della Seconda guerra mondiale hanno finito per girare la testa dall’altra parte quando qualcuno, animato da un barlume di tensione etica, ha cercato di dare un rifugio alla moltitudine di ebrei che cercavano scampo dalla furia nazista, ma non hanno trovato altro che indifferenza e la strada spianata per le camere a gas, dove morirono a milioni insieme ad altri diseredati: rom, omosessuali, disabili… Per concentrare l’attenzione sull’Italia: gli avvenimenti di questi ultimi mesi mi suscitano due stati d’animo contrastanti. Da un lato, al cospetto di un dibattito politico ormai avvelenato da un metodo e da un linguaggio che potremmo definire alla Baudrillard “osceno” per scurrilità linguistica, pochezza contenutistico-programmatica, evanescenza civile, dove i migranti vengono ritenuti alla stregua di appestati da cui liberarsi e da non accogliere a tutti i costi, mi vengono in mente i modi e i toni che si vivevano in Svizzera negli anni 60 e 70 a fronte della massiccia immigrazione dall’Italia. Di quell’epoca esiste una consistente documentazione (come il bel documentario di Vasco Dones “Italiener” prodotto dalla Tsi nel 1999) in cui si ritrovano testimonianze toccanti che attestano la percezione dei diretti interessati ad essere visti e trattati come “schiavi”, come “subumani”. Che cosa ha portato a un cambiamento così rapido (nel giro di qualche generazione)? Da Paese che ha visto centinaia di migliaia di emigranti disperdersi per tutt’Europa e oltre, a molti discorsi odierni improntati a refrattarietà quando non aperta ostilità e xenofobia nei confronti degli immigrati attuali che giungono in Italia. Il tutto, cavalcato ad arte da schieramenti partitici votati a stabilire e preservare la “purezza” della tradizione, della “razza”, del “nostro” modo di vivere, denunciando la contaminazione di usanze, lingua, stili educativi e riti religiosi, sino a sventolare lo spauracchio del contagio epidemico (patetico il ricorso alla paura della “scabbia” e di ataviche malattie da noi ormai debellate) con l’avvento delle ondate immigratorie. Dall’altro lato, il sentimento è di ammirazione per un Paese come l’Italia che ha fatto e sta facendo molto per soccorrere e per accogliere i migranti e che ha dimostrato di sapere esprimere grande solidarietà anche in quelle zone del Sud già flagellate da una grave crisi economica, ma anche dall’influsso di una tradizione mafiosa difficilmente estirpabile; e che anzi è riuscita a trapiantarsi al centro e al Nord e che nella sua perversa logica è riuscita a lucrare anche sull’emergenza profughi.

I nuovi muri

Dalla strumentale minaccia della diffusione di malattie ritenute impropriamente endemiche, all’imperiosa richiesta di allontanare i migranti da parte di amministratori regionali per non “deturpare” il paesaggio e per non “disturbare” i turisti; dall’indisponibilità ad accogliere nuovi richiedenti asilo perché ormai “sovraffollati” e al “completo”, ai comizi con slogan razzisti sulle magliette indossate dai tribuni di turno. A ciò si aggiunge la chiusura delle frontiere francesi al valico di Ventimiglia, con le manifestazioni di protesta e di disperazione dei reietti del mare, rifugiatisi per giorni sugli scogli come rifiuti respinti da ogni parte; nonché la ferma e ostinata opposizione di tutta una serie di Stati (Regno Unito, Francia, Spagna, Ungheria, Polonia…) al sistema di quote per la redistribuzione dei rifugiati in Europa: uno dei punti centrali del Piano sulle migrazioni presentato dalla Commissione europea. Sino alla proposta del governo ungherese di ergere un muro divisorio anti-flussi al confine con la Serbia, di centinaia di chilometri. A dimostrazione che ognuno cerca di evitare di affrontare un tema poco popolare, in periodi di elezioni, quando ciò che conta è soprattutto giungere al potere con ogni mezzo, piuttosto che impegnarsi collegialmente per cercare di far fronte a un problema di dimensioni internazionali e globali. Scordando che i flussi migratori riguardanti i disperati della terra avvengono soprattutto nel Sud del mondo, appesantendo ancor più aree geopolitiche già provate dalla fame, dalla miseria e dalla povertà.

Un rifugio tra i poveri

Nell’Africa subsahariana si trovano oltre tre milioni di rifugiati sfuggiti dai teatri di guerra e persecuzione come quelli del Sud Sudan e della Repubblica Centrafricana. Quanto alla Siria, occorre rammentare che degli oltre quattro milioni di profughi che hanno lasciato il Paese, ben il 95 per cento di loro si trova nelle nazioni limitrofe: Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto, che stanno affrontando enormi difficoltà, dato che la comunità internazionale non ha fornito loro e alle agenzie umanitarie sufficienti risorse per sostenere l’emergenza. E l’Europa non trova un accordo congiunto per collocare 40mila rifugiati per decongestionare Italia e Grecia: molto più interessata e con “fiato sospeso” per sapere se quest’ultima riuscirà a saldare il suo debito miliardario contratto con i potentati finanziari-economici del mondo, i soli che sembrano dettare le leggi e suscitare il massimo di interesse. La Svizzera non ha certo dato prova di magnanimità disquisendo per mesi sull’accoglienza di qualche centinaio di profughi siriani, sino a giungere alla decisione del Consiglio federale del marzo scorso di dare rifugio a 3’000 di essi nei prossimi tre anni. Anche qui, gli ambienti populisti soffiano sul fuoco dei sentimenti xenofobi, e le frontiere sono blindate ai valichi di Chiasso e Domodossola (verso il Vallese), per la paura che l’ondata di profughi giunti dal mare risalga sino a turbare la nostra tranquillità, anche solo come passaggio verso i Paesi del Nord Europa: meta anelata dai diretti interessati. Non mancano poi i soliti spauracchi sventolati a difesa della salute pubblica, per suscitare timori di epidemie e contagi nel contatto con i “corpi estranei” (la scabbia, ancora una volta). Per fortuna, vi sono anche segnali di segno opposto: decine di famiglie svizzere si sono messe a disposizione per accogliere persone scappate dalla Siria, mentre l’Unione Svizzera dei Contadini ha recentemente avanzato l’offerta di assumere rifugiati e richiedenti asilo per facilitarne l’integrazione (una decina di imprese agricole in sette cantoni elvetici ha dato avvio a una sperimentazione in tal senso della durata di tre anni, sostenuta dalla Confederazione). Nel contempo, dato che la volontà politica internazionale per tentare di risolvere i gravi conflitti in Medio Oriente e nelle altre aree di forti tensioni si rivela assai aleatoria ed evanescente, il Mediterraneo rimane solcato da innumerevoli barconi affollati all’inverosimile, tramutandosi in un cimitero dove i migranti perdono persino la dignità di un nome, di un’identità, di una memoria. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, nel 2014, 219mila persone hanno preso il mare in condizioni di estremo pericolo e 3’500 di esse sono annegate. Allora: dov’è andata a finire la cultura della solidarietà, dell’uguaglianza, della libertà, della fratellanza che dalla Rivoluzione francese ha fatto grande l’Europa, con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo approvata il 26 agosto del 1789, cui ha fatto seguito la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948? Basterebbe rileggerne il “preambolo” per trarne qualche ispirazione.

Un futuro progettato

Chissà se al di là dei soliti interessi contabili, riusciremo a riappropriarci della nostra tradizione umanitaria, che fra l’altro ha diverse origini in quella Grecia oggi guardata con tanto sospetto, andando a pescare nell’umanesimo da cui veniamo per pensare in grande e agire al di là della contingenza, per essere degni di un futuro progettato con coraggio e con una certa lungimiranza, e per il quale abbiamo bisogno di tutta la creatività e genialità di cui disponiamo. “Questa crisi dei rifugiati è una delle sfide cruciali del XXI secolo ma finora la risposta della comunità internazionale è stata vergognosamente fallimentare. C’è bisogno di un radicale cambiamento nelle politiche e nelle prassi per creare una strategia globale complessiva e coerente” (Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International). Abbiamo il coraggio, con Popper, di scommettere sulla “fiducia nel valore di ogni uomo?”