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Rassegna stampa

Gli scogli d'Europa - 17 giugno 2015

di Erminio Ferrari (La Regione del 17 giugno 2015)

Se l’Europa sono quegli scogli, la prossima onda la sommergerà. Da Ventimiglia, alla stazione Centrale di Milano fino ai valichi più discosti e meno raggiungibili dalle troupe tv, quello che non abbiamo visto nelle immagini di migranti accampati in stazione o avvolti in un telo d’alluminio in riva al Mediterraneo è la povertà dei nostri mezzi di comprensione; la miseria politica e morale di un continente che ancora presume una propria superiorità.

La partita tuttora in corso tra i governi nazionali sul numero di migranti da accogliere entro i rispettivi confini, rivela da un lato quanto sia vano parlare d’Europa (prevalendo la preoccupazione degli esecutivi per le reazioni delle proprie opinioni pubbliche), dall’altro quanto sia illusorio ritenere di poterne fare a meno. Non c’è soluzione se non condivisa alla mole di problemi associata a un afflusso di migranti forse mai conosciuto in precedenza; ma soprattutto non c’è rimedio alla triste vecchiaia di una civiltà (ché tale chiamiamo l’Europa) che non riconosca lo stato di necessità in cui si trova: il bisogno esistenziale di rinnovarsi, il terrore di smarrirsi.

Poi, è ovvio, la politica si misura con le contingenze. A Lussemburgo i ministri degli Interni tentano di salvaguardare un simulacro di unità nelle decisioni che servono; da Varsavia a Roma, da Parigi a Budapest, da Berlino a Lisbona, si ragiona ancora in termini di “emergenza” per misurarsi con un fenomeno che è invece “emerso” da tempo e che ne occuperà molto a venire; mentre a Bruxelles nasce un gruppo parlamentare farcito di campioni della xenofobia più gretta (destinati, forse, a vincere le elezioni, ma in folle ritardo sulla Storia). E tuttavia non saranno le misure di polizia, benché necessarie; non sarà una pur sacrosanta rivendicazione di equità nella ripartizione degli oneri tra gli Stati; e neppure basteranno le migliori intenzioni (da Chiasso a Ventimiglia al Pas-de-Calais, fortunatamente, non tutti i cittadini si sottomettono ai piazzisti della paura) a fermare o a scongiurare le conseguenze più temute di ciò che è in corso. Sociali, culturali, politiche.

La stessa “ragionevolezza” di chi invita ad aiutare i migranti “a casa loro” rischia di essere un argomento ozioso (qualora non sia perfetta malafede) se tace la condizione perché ciò sia almeno plausibile, vale a dire la redistribuzione delle ricchezze. L’accesso a beni e risorse non è mai stato così ineguale sulla Terra e nella nostra stessa (opulenta) parte di mondo, ciò che pone in diretta concorrenza con i migranti le classi più svantaggiate delle nostre società e spiega il credito che queste accordano ai più biechi populismi.

Ma, ancora una volta, tutto questo è un parlare di noi. Quasi che il nostro orizzonte di analisi, di iniziativa, di partecipazione, non vada oltre le nostre paure, il nostro non poterne più, il nostro dividerci tra buoni e cattivi, tra Italia e Francia. Quasi che al di fuori di questi confini pretesamente sacri e inviolabili non ci fosse il mondo. Chiudiamoli, se davvero vogliamo: vi resteremo prigionieri.