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Rassegna stampa

Non ancora, ma non più - 16 maggio 2015

di Matteo Caratti (La Regione del 16 maggio 2015)

Non è la prima volta (e non sarà l’ultima) che ci occupiamo della crisi dei partiti, in particolare di quelli con le radici ben piantate nell’Ottocento. Partiti che, quando hanno il coraggio di misurare i loro successi elettorali, paragonandoli negli anni, si rendono conto che continuano a perdere terreno. Metro quadrato dopo metro quadrato. La situazione è ben visibile anche nel nostro piccolo Ticino, con una Lega che, dapprima ha eroso il partito più debole, il Ppd, per poi passare al Plr e conquistare ora saldamente la maggioranza relativa in governo.

L’attacco ai due partiti storici è stato possibile grazie alla spregiudicatezza del movimento populista, ai clamorosi errori commessi da chi da troppo tempo era abituato a spartire il potere in modo piuttosto disinvolto e ai soliti opportunisti che, quando il vento cambia, cambiano col vento. Nel Ppd ci fu il passaggio armi e bagagli di alcuni esponenti di primo piano di Comunione e liberazione sotto la nuova ala protettrice del Nano, pronto a schierarsi per il finanziamento delle scuole private e per l’ora di religione accanto al vescovo di allora. In casa liberale radicale sono invece state le lotte intestine a lasciare il partito orfano dell’ala radicale che, ultimamente, per manifestare la sua contrarietà su un tema centrale per il nostro territorio, quello del raddoppio del Gottardo, si è dovuta ritrovare in altra sede fuori dal partito. In queste settimane ulteriori tensioni interne al Ppd (ormai privo di presidente) e al Ps (che ha ricominciato a confrontarsi animatamente e che rimane in cerca di una nuova guida) si son fatte evidenti. Ma cosa attende chi è erede di passati ideologici anche gloriosi – Plr compreso – se queste formazioni vogliono davvero tornare in partita e non restare solo semplici alleate della Lega, magari per dar vita a rischiose maggioranze a geometria variabile?

Innanzitutto devono rendersi conto che ‘nuotiamo’ in un periodo di mezzo fra – per usare le parole di Ezio Mauro – ‘il non più’ (cioè il vecchio mondo) e il ‘non ancora’ (cioè il nuovo mondo). E in questo periodo di mezzo non c’è (ancora) un’ideologia capace di selezionare ‘il pensiero vincente’, ossia ‘uno spirito costituente – morale, politico, culturale – che permetta di dare forma a nuove istituzioni per il mondo nuovo’.

Anzi, ad andare per la maggiore nella fase di ‘non ancora’, è chi promette di farci ritornare ai privilegi del ‘vecchio mondo’. Per esempio, quelli di una piazza finanziaria che non ci sarà più, di buoni e sicuri salari delle ex regie federali, di rubinetti della manodopera straniera che si aprono e chiudono in modo che non sottraggano posti ai residenti e via dicendo.

Il mondo nuovo è invece fatto di libera circolazione di merci, persone, servizi, capitali, dello scambio automatico di informazioni finanziarie, di migrazioni bibliche da sud, di guerre dòmino impazziti. Chi è attaccato al vecchio mondo vuole tirare il freno a mano e ricostruire le frontiere. Chi ha accettato i cambiamenti ora ha paura che siano troppi e troppo radicali, mentre dalla politica tradizionale non arrivano soluzioni convincenti per contrastare le ricette populiste.

Si riuscirà ad uscirne? Nuove bussole cercansi urgentemente.