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Rassegna stampa

Sul bus leghista c'é posto per tutti - 15 maggio 2015

di Aldo Bertagni (La Regione del 15 maggio 2015)

Che la Lega dei Ticinesi fosse un autobus, dove ognuno sale e scende a piacimento, è cosa nota. Che poi questo ente – nato come movimento e oggi partito quasi strutturato nelle stanze dei bottoni – sia ormai realtà consolidata, è altrettanto scontato. Grazie a un’opposizione inesistente e grazie a “un sentimento di abbandono diffuso in certi casi psicologico, che il calo della disoccupazione non basterà a risolvere” come ha detto Manuel Valls, primo ministro francese, riferendosi alla scoppola del Ps col risultato delle elezioni regionali francesi dello scorso aprile. Sentimento di abbandono assai evidente anche nei ticinesi, per non pochi motivi. Tutto questo, dunque, ha permesso all’autobus leghista di scorrazzare indisturbato in città come in periferia, anche dopo aver perso il padrone-autista, Giuliano Bignasca. Ora, sul mezzo, non solo continuano a salire persone diverse fra loro e dalle origini multiple, ma le stesse si passano anche il volante, scegliendo volta per volta la mappa da seguire. Finché capita nella società, per quanto strambo è un fenomeno politico interessante da studiare con attenzione (soprattutto in casa della sinistra!). Il fatto è che l’autobus in questione ormai è di casa – anzi, la fa da padrone – in Consiglio di Stato e qui le cose si complicano. O perlomeno dovrebbero. Prendete l’autorevolezza, condizione certo importante per gestire anche solo un chiosco (evitando così di farsi derubare). Mercoledì scorso il governo ha reso nota la propria posizione sui temi cantonali in votazione popolare e in particolare sull’iniziativa dei Verdi ‘Salviamo il lavoro in Ticino’ che si traduce, in breve, con l’introduzione di salari minimi sulla base della media nazionale e per settore economico. Il Consiglio di Stato è contrario, quattro contro uno (Manuele Bertoli). Gobbi e Zali, dunque, hanno deciso di prendere nettamente le distanze dal proprio gruppo parlamentare che pochi mesi prima ha contribuito in maniera determinante all’approvazione dell’iniziativa da parte del Gran Consiglio. Sollecitato a un commento, il presidente del governo, Norman Gobbi, ha sbrigativamente riferito – con un certo disappunto – che lui era personalmente già contrario anche all’introduzione del salario minimo a livello nazionale, l’altra iniziativa bocciata dal popolo. Claudio Zali non ha avvertito il bisogno di rispondere. Ma ci siamo abituati e lo invitiamo a farsene una ragione: il nostro mestiere è fare domande. Riassumendo: Gobbi è sempre stato contrario al salario minimo, ma non l’ha mai detto. Men che meno durante la campagna elettorale quando la maggioranza dei passeggeri del suo autobus la pensava esattamente al contrario. Lo stesso autobus, ben inteso, che l’ha brillantemente ricondotto in Consiglio di Stato. Il direttore del Dipartimento del territorio, come detto, non parla o parla poco. Prima e dopo le elezioni. E fa bene, considerato il primato delle preferenze personali: a tanti ticinesi piace così. Passeggero silente. Il presidente del governo, per contro, si lancia in considerazioni del tipo “il canone che riceve la Rsi è un atto dovuto per rispetto delle minoranze”, e poco importa se noi versiamo circa 50 milioni per riceverne 180 da Berna. Ce li devono e basta. Questo, se comprendiamo bene, il pensiero ‘gobbiano’.

Mercoledì è stata la prima conferenza stampa del nuovo Consiglio di Stato. Come si dice in questi casi ? Se il buongiorno si vede dal mattino, non è difficile comprendere come andrà sino alla fine del quadriennio. Benvenuti sull’autobus!