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Rassegna stampa

Un volto che ci guarda dentro - 22 aprile 2015

di Matteo Caratti (La Regione del 22 aprile 2015)

«Continuano a morire, ma poi noi non facciamo niente» è stato il commento domenica di nostra figlia adolescente, mentre la radio dava la notizia dell’ultimo dramma nel Mediterraneo con diverse centinaia di morti annegati. Esseri umani, che portano con loro i figli, anche quelli che stanno per nascere. Passano le ore e all’immane tragedia si aggiungono nuovi drammi programmati sulle sponde africane. Là dove centinaia di migliaia di migranti, forse un milione, attendono ammassati in terra libica, in attesa che una carretta del mare li porti al di qua. Costi quel che costi. Anche al prezzo della vita, indietro non si torna, non si può tornare. Per un paio di giorni, chi scrive, è obbligato a seguire le elezioni, proiezioni, voti, speranze, delusioni... Ma poi quella frase «ma noi non facciamo nulla» torna a interpellarmi. Anche perché le cronache attorno a Lampedusa parlano di altri avvistamenti. E parlano di un’Europa che si interroga e si riunisce con urgenza per trovare nuove intese e misure. Rifletti e non puoi fare a meno di ammettere che questa è e sarà una delle emergenze politiche più acute dei prossimi decenni. Emergenze che qualcuno (purtroppo) potrebbe cavalcare munito di taniche di benzina. Succede già: non per nulla, qui in Europa stanno avanzando i movimenti identitari e di difesa del territorio, spinti dal disorientamento sociale quale sottoprodotto della globalizzazione e della paura di fronte alle migrazioni di massa. Migrazioni che stanno facendo saltare i riferimenti classici di solidarietà e di accoglienza. Perché c’è chi dice, giustamente, che quei milioni di persone in fuga non li possiamo mica accogliere tutti. Certo, è vero, ma, noi notiamo come chi risponde spesso così, è anche chi fa di tutto per diminuire l’aiuto ai Paesi poveri. Quell’aiuto necessario per fare in modo che uomini e donne restino nei loro Paesi, nella loro terra come probabilmente desidererebbero. Restino a costruire, non a morire di fame o in un campo profughi.

Ezio Mauro ieri spiegava bene nella sua analisi che «è come se si fosse rotto il cuore della civiltà italiana dei nostri padri e madri, i codici del mare, la storia del Mediterraneo. Il risultato è una scissione: tra sicurezza e responsabilità, tra politica e morale, tra legge e umanità, tra l’Europa e le sue parti. Soprattutto tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione…».

Ecco, forse la risposta più giusta da dare a una figlia sul perché non facciamo nulla, è perché stiamo vivendo proprio questa scissione: la responsabilità ci dice che dobbiamo salvare delle vite umane, ma la sicurezza ci dice che dobbiamo aumentare i controlli alle dogane, impedire che altri accedano al nostro territorio; la morale ci dice che dobbiamo essere solidali col prossimo, ma la politica che va per la maggiore ci dice ‘prima i nostri e basta’. E alla base di tutto c’è il benessere, il nostro benessere che abbiamo paura di perdere da un lato, e la povertà, la loro miseria che li spinge verso l’Occidente dall’altro. Ma il nostro benessere, riflettiamo, è così alto anche perché c’è chi, lontano dagli occhi, è condannato a vivere nella povertà più nera. Se desideriamo preservare una parte della nostra ricchezza, non possiamo più far finta di non vederli e soprattutto di non aiutare. Ma non ‘semplicemente’ a non perire in mare, ma a vivere nei loro Paesi. Iniziando col dare loro quello che è giusto per quello che riceviamo (che oggi in molti casi è un portar via, complici anche corruzione e classi dirigenti locali sanguisughe) dai loro Paesi.

Questa è l’unica via praticabile, tutta in salita, dura, per rispondere veramente alla domanda iniziale. Una via sicuramente non rapida. Siamo nel nuovo millennio, l’epocale migrazione è uno dei suoi numerosi volti trasfigurati e interrogativi. Un volto che ci guarda dentro.