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Rassegna stampa

L'asfalto e la chiesetta - 2 marzo 2015

Stabio, oltre 200 persone al flash mob contro la devastazione del territorio e del lavoro
di Massimo Daviddi (La Regione del 2 marzo 2014)

Abbiamo accompagnato i partecipanti lungo la strada sterrata. Verrà asfaltata per dirottare il traffico generato dalle vicine industrie.

‘Vogliamo un cambiamento di rotta’

Il cemento si fa strada, il flash mob dice ‘Basta!’

Quando ci accostiamo al paesaggio sentiamo in noi l’urgenza di un discorso sul suo degrado e sull’azione che interessi forti sviluppano senza un confronto (di civiltà) con i cittadini. L’habitat non è solo un concetto generale, ma nasce dai luoghi che viviamo e sentiamo di dover difendere perché insidiati da una speculazione che porta alla riduzione degli spazi naturali, sempre più confinati nella nostra memoria. Parlare di questo disorientamento vuol dire accogliere, sono parole della filosofa Eleonora Fiorani, il “valore in sé dell’altro, dell’albero, dell’animale, della natura, come dell’altro uomo e delle altre civiltà”. Ragionare su etica ed ecologia, è considerare quanto ogni luogo esprima una relazione con le culture che ci hanno preceduto. Il ‘flash mob’ organizzato ieri dai ‘Cittadini per il territorio’ ha proposto un itinerario lungo la strada sterrata che costeggia la chiesetta di Santa Margherita a Stabio, strada che verrà asfaltata per dirottare il traffico generato dalle industrie. La necessità di prendere posizione rispetto agli interventi di insediamento industriale che degradano l’ambiente, una perdita di senso e relazione con il paesaggio, si collega alle situazioni di sfruttamento del lavoro quali i recenti casi della Mes a Stabio e della Exten a Mendrisio, perché degrado del lavoro e dell’ambiente sono effetti di una visione aggressiva e a senso unico dell’economia. Il sole, tornato ad affacciarsi sui prati, ha messo in risalto la ferita che la chiesetta, intima e raccolta, sta subendo, un’immagine di fragilità che abbiamo visto altre volte. Ascoltiamo alcune voci. Luisa Figini: «Da anni, con un gruppo di amiche facciamo qui una camminata domenicale, un luogo dove stare in serenità, parlare; ci sono piante che annunciano il cambiamento delle stagioni. Man mano, abbiamo visto in modo preoccupante la stradina di terra battuta diventare asfalto: questa regione è stata depauperata di spazio, occupata senza criterio. La qualità della vita e delle persone non viene tenuta in conto». Ivo Durisch, perché essere qui oggi? «È uno dei luoghi legati al nostro progetto sul Parco del Laveggio, la strada agricola passa dal bosco e non vedevamo la necessità di asfaltarla; una strada cementificata che passa davanti a una chiesetta protetta. Le zone vicine, pregiate dal punto di vista della fauna e della flora, saranno compromesse: c’erano soluzioni alternative che non sono state valutate a sufficienza e ci sono anche dei rischi legati al pozzo di captazione vicino. Tutto ciò mette in luce un modello di sviluppo non sostenibile». Mentre si torna dal presidio sulla rotonda vicino alle cisterne, la chiesetta sembra parlare di quanto visto in anni di storia; un senso di tristezza pervade chi si sofferma sulle mura bianche, gli affreschi. Chiediamo a Françoise Gehring cosa pensa della buona partecipazione. «Sono contenta; la consapevolezza per la protezione del territorio sta crescendo e lo fa in modo trasversale. È toccante vedere che la chiesetta di Santa Margherita sta facendo la fine di quella di San Martino, infilate dentro una zona industriale mal pianificata, quasi come due simulacri che ci interrogano. Il territorio è nostro, ci sarà anche la proprietà privata ma tutto quanto riguarda l’ambiente è bene comune; aggiungo che i capannoni che vediamo impiegano mano d’opera da sfruttare senza remore».

Sul cortile del grotto

I bambini giocano, per un momento possiamo riconoscerci in loro quando campi e prati, la semplicità di un cortile e gli animali, anche nel pensiero di chi viveva in città, erano fonte di gioia e stupore. E lo sono ancora. Enrico Borelli, di Unia, tiene a dire che è qui come cittadino. «Dobbiamo iniziare a legare la tutela del territorio a quella per condizioni di lavoro dignitose, questo perché la devastazione che si è subita è frutto di aziende che si sono insediate portando pochissimo valore aggiunto e che hanno condizioni di lavoro a dir poco indecorose». Incontriamo Grazia Bianchi. «Sono contenta dell’affluenza, oltre le aspettative; sono venute persone da Stabio ma anche da fuori. Purtroppo il danno è fatto, ma proprio per questo volevamo denunciare questo modo di procedere dove prima si costruiscono le industrie, anche in zone non urbanizzate e poi si devono fare le strade». Si vorrebbe che dal cortile del grotto Santa Margherita, ora gremito, potesse diffondersi una nuova consapevolezza: una strada di terra che diventa asfalto non è più la stessa, e sarà tutto più triste.