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Rassegna stampa

Lo scontro fratricida nell'Islam - 9 febbraio 2015

Lo scontro fratricida nell’Islam

Giuseppe La Torre (pastore, islamologo e storico delle religioni)

(Corriere del Ticino del 9 febbraio 2015)

L’Islam e la politica è un tema sempre più di attualità: tragicamente di attualità. È proprio a causa e nel contesto dei grandi avvenimenti politici in cui sono a centro le nazioni di cultura islamica e i musulmani, però, che l’Occidente si occupa confusamente dell’islam. L’analisi politica dell’area musulmana da parte occidentale, sottolinea troppo il fattore religioso a scapito di altri fattori (storici, sociali, economici e politici) riproponendo continuamente l’immagine stereotipa del musulmano fanatico.

L’intero quadro geopolitico nordafricano e mediorientale dovrebbe farci aprire gli occhi su un dato certo: gli occidentali sono i destinatari secondari di un messaggio rivolto dai jihadisti soprattutto agli «altri» musulmani, quelli che noi chiamiamo «islam moderato». Si tende generalmente a mettere dentro lo stesso steccato tutti i musulmani, come se quello che noi chiamiamo «islam» sia un corpo omogeneo e compatto, che non è mai cambiato e mai si è evoluto nei secoli e nelle diverse aree del mondo. Non è così. Mai come oggi l’islam è travagliato da uno scontro catastrofico tra due comprensioni di se stesso, tra due teologie e due incompatibili modelli di islam che si comportano in modo diametralmente opposto con coloro che non sono musulmani. Non si tratta di uno scontro di civiltà tra islam e Occidente, ma di uno scontro all’interno della stessa civiltà islamica. Non è una guerra, ma una fitna (divisione), uno scontro fratricida per l’egemonia all’interno della comunità islamica mondiale. Su questo vorrei che musulmani e non musulmani, che viviamo in Ticino, discutessimo insieme per non portare stereotipi islamici in Ticino e per non rovesciare stereotipi occidentali sui musulmani.

Se l’obiettivo simbolico dei jihadisti sono i cristiani in Siria, una testata laica e satirica francese, i clienti di un negozio ebraico, i fotoreporter e gli stessi poliziotti (anche musulmani) o militari musulmani che combattono l’ISIS, l’obiettivo reale è l’islam che dialoga e si confronta con l’Occidente: l’islam che concepisce la possibilità di una convivenza multireligiosa e che apprezza quel sacrosanto principio di laicità che tutela le libertà di tutti. Per questo è deleterio avere paura di questo islam che vive in Occidente, offenderlo nei suoi sentimenti più sacri, denigrarlo, negargli i suoi diritti sul minareto o sul velo, accomunarlo con i suoi stessi nemici: gli estremisti.

Molte voci si sono levate ad approvare o a condannare la satira politica anche quando questa tocca i sentimenti religiosi della gente e dei musulmani in particolare. A me non piace che si offendano i sentimenti, le idee e le persone. La questione è un’altra. È una questione delicata su cui dobbiamo aprire gli occhi, le nostre coscienze e la nostra anima: i diritti umani per tutti per tutti! Come cristiano intendo seguire Cristo nella sua Chiesa e come essere umano intendo contribuire perché la società umana abbia valori di umanità, di libertà e di giustizia, in cui la vita sia degna e dignitosa per tutti. Come protestante io mi ritengo laico. Ciò non vuol dire che non porto la mia ricchezza spirituale ed etica nel confronto e nel dibattito democratico della società, che deve essere laica e che deve costantemente vigilare sulla laicità della sua struttura normativa. Religione e società non devono intromettersi l’uno nell’altro, ma discutere l’uno con l’altro.

Lo spirito critico è l’anima del giornalismo e la satira ne è una delle sue espressioni: ma l’offesa è necessaria alla satira? Negli USA non hanno pubblicato le vignette su Maometto per la legge sui crimini d’odio, che punisce chi offende una persona o un gruppo sociale colpendolo nel suo aspetto fisico, religioso o in qualche altra sua caratteristica identitaria. Per questo stesso motivo una persona civile non usa termini come «negro», «handicappato», «checca», «maomettano», «giudeo», ecc. perché non è satira, scherzo o maleducazione: è razzismo!

Io non sono Charlie, ma Charlie deve vivere! L’emozione dei fatti di Parigi non mi deve fare chiudere gli occhi ponendomi all’interno di una logica di scontro di civiltà, in cui dall’altra parte della barricata metto acriticamente l’islam (tutto l’islam) e da questa l’Occidente (tutto l’Occidente). La frattura è trasversale. Ci sono cose da cambiare e da migliorare all’interno di un confronto dialettico tra cultura islamica e cultura occidentale nella costruzione di una società occidentale «altra».

Io non sono Charlie, perché credo che esista un confine da non superare che è quello dell’etica del rispetto, che nel confronto dialettico tra islam e Occidente va in entrambe le direzioni. Quando si ridicolizzano i valori più sacri di una persona, la sua fede, quello che mangia o beve, come si veste o si sveste o il suo orientamento sessuale, si spara sulla convivenza civile. Libertà di espressione non significa libertà di offesa.

Io non sono Charlie, anche per una ragione politica, perché se si vuole vincere la guerra dell’islam jihadista contro l’islam moderato e contro l’Occidente liberale, questi ultimi dobbiamo lottare insieme contro l’altro. Abbiamo bisogno del pieno e convinto sostegno dei milioni di musulmani che sono contro qualsiasi violenza, ma che si sentono profondamente offesi quando il loro profeta e la loro fede è ridicolizzata. Se li offendiamo, se neghiamo loro i diritti civili di costruire le loro moschee (e il loro minareti) e neghiamo loro la libertà di indossare il velo, neghiamo i valori dell’Occidente laico e liberale, spingendoli inesorabilmente verso la sconfitta nella loro lotta contro il jihadismo. Il confronto richiede che la legge debba seguire la discussione non precederla.

Io non sono Charlie, non per proteggere la religione mia o di altri dagli attacchi della satira, ma perché ritengo che debba essere protetto qualsiasi attacco alla pace e alla convivenza sociale. La religione non deve godere, a mio avviso, di una protezione speciale, ma deve essere tutelata al pari di tutte le altre particolarità che identificano una persona o una comunità. La satira ha cittadinanza nell’Occidente laico e liberale, ma allo stesso tempo occorre ricordare che il bene comune dell’Occidente multiculturale e plurireligioso vale molto più della licenza di offendere.