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Rassegna stampa

Il valore del giorno della memoria - 27 gennaio 2915

di Mario Branda, sindaco di Bellinzona (la Regione del 27 gennaio 2015)

Arrestato da un commando israeliano a Buenos Aires nel mese di maggio 1960, Adolf Eichmann – l’ufficiale delle SS che per conto di Himmler ed Heydrich organizzò i treni che trasportarono milioni di ebrei ai campi di sterminio – venne condotto in Israele e qui, un anno dopo, processato e condannato alla pena capitale. “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò”. Sono le ultime, insulse parole che pronunciò prima di morire. Ce le ricorda Hannah Arendt nel resoconto del processo tenutosi a Gerusalemme poi consegnato nel suo celebre libro “La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme” (ed. Feltrinelli). Un po’ a sorpresa, durante il dibattimento l’ufficiale tedesco si rivelò essere un uomo comune, un cittadino come tanti altri nella Germania di allora: uno spirito mediocre che viveva di idee altrui, attento alla propria carriera, preoccupato di eseguire puntigliosamente il proprio lavoro, ligio al dovere e alle leggi dello Stato. Mai durante i mesi del processo e neppure davanti al patibolo fu capace di dire una parola che in qualche maniera desse conto dell’enormità del crimine cui aveva partecipato. Il male, la peste dell’odio razziale, aveva in Germania, ma non solo in questo Paese, trovato terreno fertile diffondendosi in spazi e profondità tali da perdere apparentemente la proprietà di essere riconosciuto per quello che era.

Oggi, trascorsi settant’anni, davanti ai campi della morte, ancora non riusciamo a capacitarci dell’immensità di questo naufragio morale e di come poté prodursi nel cuore dell’Europa: la terra di Goethe e di Kant, il continente dei lumi e della millenaria tradizione cristiana. Dobbiamo pensarci, tanto più in questo momento quando, da un lato, si tornano ad avvertire odiosi rigurgiti antisemiti dai quali purtroppo neppure il nostro Paese è totalmente al riparo come ci ricordano alcuni passaggi poco nobili del dibattito di non troppo tempo fa sui fondi ebraici depositati nelle nostre banche.

Dall’altro, confrontati in tutto il continente con il pur grosso problema dell’immigrazione, riaffiorano nelle discussioni generalizzazioni e stereotipi che non lasciano tranquilli. Rimossa Auschwitz, alcuni riaffermano frivolamente, sapendo di farsi ascoltare, l’idea di una superiorità della cultura occidentale.

Hannah Arendt ci dice che il Male incarnato da Eichmann fu ‘banale’ e per questo tanto più terribile. Ci ricorda che la stragrande parte dei suoi servitori non ebbe assolutamente tratti demoniaci: si trattò di persone ‘normali’, burocrati, padri e madri di famiglia che si accomodarono con l’idea seducente di essere migliori e che gli altri, il popolo ebraico, costituissero il problema per il quale andava trovata una soluzione. Eichmann aiutò a realizzarla. Purtroppo non possiamo affermare che i Lager siano stati chiusi per sempre. Il germe che li ha prodotti riposa nei recessi del cuore umano in attesa del momento giusto per riemergere e tornare a diffondere il proprio veleno.

È per questo motivo, per impedire che ciò accada, che celebriamo il Giorno della Memoria.