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Rassegna stampa

I fumogeni e l'egemonia - 26 gennaio 2015

L’EDITORIALE

di Aldo Bertagni (la Regione Ticino del 26 gennaio 2015)

La politica è il luogo di molti. La politica cosiddetta moderna, in particolare, che si declina non a caso nella democrazia. In un’epoca certo confusa come la nostra, sentirsi avanguardia senza seguito popolare dev’essere cosa triste e depressiva. Al contempo, erigersi alla testa delle folle senza sapere bene perché e, soprattutto, senza avere molto da dire (nel senso empatico e visionario del termine), dev’essere altrettanto frustrante seppur momentaneamente rassicurante. O almeno comodo. Gira e rigira è questione di egemonia. Che va ben oltre la concezione di semplice gestione del potere. Chi è egemone condiziona non solo l’economia, ma anche le menti; la società pensante. È la sintesi, l’avanguardia politica fattasi ‘carne e sangue’ del suo popolo. In Canton Ticino non c’è. O perlomeno non c’è più. Gli appuntamenti preelettorali di questo weekend ci hanno dato prova, provata. Da una parte il Ps, partito in declino elettorale (come peraltro Plr e Ppd) che da sempre si colloca dalla parte dei più deboli – e dunque dello Stato ‘riparatore’ contro i danni del mercato – categoria in crescente espansione, tanto da contagiare il ceto medio. I più, il popolo. Dall’altra la Lega dei Ticinesi e i Verdi, che qui a sud delle Alpi hanno ormai calzato il cliché leghista (‘padroni a casa nostra’, ‘prima i nostri’) e si rivolgono al ‘popolo ticinese’ senza distinzione di sorta, come peraltro nella composizione della lista per il parlamento: dentro tutti coloro che ci stanno. Lega e Verdi da tempo sostengono la fine della politica, intesa come divisione sociale e sintesi democratica d’interessi spesso contrapposti, contraccambiandola con l’identità territoriale; l’essere ticinesi è di per sé motivo d’adesione, poco importano le condizioni sociali. Non è scomparso il nemico – prima era di classe – che giocoforza deve avere connotazioni etniche perché l’ethos è quello, e allora vanno bene gli stranieri di qualsiasi tipo, meglio se ‘colpevoli’ di reali e contraddittori problemi, come i cittadini di religione islamica o i lavoratori frontalieri, che certo non si risolvono con il muro contro muro. Ma non è la soluzione che conta, per chi ‘ama’ il suo popolo, bensì il conflitto che tiene alta le tensione e, nella modernità, i consensi elettorali.

È un po’ come vivere nella terra di mezzo, dove il passato è davvero passato e persino dimenticato, e il futuro non viene perché temuto e allontanato finché si può. Chi ha contenuti, idee, coraggio e ancora voglia di porsi come rappresentante (forte della propria tradizione) della continuità nel cambiamento, non è più legittimato a farlo, prima nei numeri e poi nell’egemonia; chi si propone perché ha interessi spesso solo di parte, non solo li nega ma fa di tutto per deviare l’attenzione verso nemici di sicuro effetto e perpetui, che si ripetono all’infinito così da tenere alto l’interesse del ‘popolo’ verso gli ‘eroi’ di questa che chiamiamo modernità. Eroi senza macchia e senza bandiera, pronti a raccogliere la fiducia di tutti coloro che vivono nella continuità della stirpe.

Chi prevarrà il prossimo 19 aprile? Sapranno i partiti storici come il Ps (ma anche il Plr e il Ppd), cambiare verso e tornare a sintonizzarsi con l’empatia popolare, o finiranno schiacciati – ancor più del 2011 – fra il vuoto (l’astensione) e chi a colpi di ‘il mio nemico è più pericoloso del tuo’ gioca sulle emozioni e le paure dei cittadini disorientati (e anche disincantati) per fare quello che fan tutti, in questi casi: gestire il potere, di pochi o di tanti. Dei primi – gli ‘storici’ – già si sa perché hanno dato, dei secondi si sta comprendendo che alla fine la storia si ripete.