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Rassegna stampa

Liberi anche di ridere - 12 gennaio 2015

Alla manifestazione di Bellinzona il vignettista Corrado Mordasini difende il diritto di satira

‘Liberi anche di ridere’

di Andrea Manna (La Regione del 12 gennaio 2015)

Voci da piazza del Governo nel giorno del no ai fanatismi. Morresi: ma io le caricature di Maometto non le pubblicherei.

Dagli altoparlanti anche le note di “Imagine” e la mai dimenticata voce di John Lennon. A Bellinzona, in questo sabato dalle temperature decisamente primaverili e tragicamente segnato dagli attentati che nei giorni precedenti hanno insanguinato Parigi, un sottofondo musicale a basso volume accoglie in piazza Governo i partecipanti alla manifestazione indetta per dire no alla violenza. Per dire no ai fanatismi di qualsiasi matrice, all’intolleranza. Per immaginare e invocare, come l’ex Beatle, un mondo migliore, nel quale si possa vivere ‘in armonia’. E sono in molti ad aver raccolto l’appello del Partito socialista. In almeno cinquecento, stimano gli organizzatori. I quali chiedevano che al raduno non ci fossero bandiere. E di bandiere e striscioni non se ne vedono. Solo un piccolo cartello (“Sono Charlie e poliziotto”), esibito da chi, con poche parole, vuole ricordare i giornalisti del satirico ‘Charlie Hebdo’ e gli agenti, fra questi Ahmed, vittime – alcune delle vittime – dei recentissimi atti terroristici in terra francese. Il silenzio cala sulla piazza quando il sindacalista Stefano Testa invita a un minuto di raccoglimento e a «riflettere su quanto successo nei giorni scorsi». Poi il microfono passa, per l’unico intervento ufficiale, al vignettista Corrado Mordasini, alla testa del periodico ‘Il Diavolo’. «Questa – tiene a precisare – non è una manifestazione anti-islamica, è una manifestazione per la libertà di ridere». Per la libertà di satira. «Perché – rammenta Mordasini – come scriveva Charb (Charbonnier, il responsabile di ‘Charlie Hebdo’, una delle persone trucidate dai fratelli Kouachi nell’assalto alla sede parigina della redazione, ndr) in un suo editoriale di un paio d’anni fa: “Non c’è niente da negoziare con i fascisti. La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova”». La manifestazione, durata sì e no una ventina di minuti, si chiude prima delle 15.30.

La Comunità islamica: sconfiggiamo insieme intolleranza e violenza

Ma sono in tanti a restare in piazza Governo. Si discute, ci si confronta. Il tutto nella calma più assoluta. Ci sono cittadini comuni. Ticinesi e persone di origine straniera. Come Yashi, nato cinquant’anni fa in Turchia, da trenta è in Svizzera. Vive a Lugano e si professa “ateo”: «Provengo da una famiglia musulmana e francamente non credo in un Islam moderato». In mattinata alle redazioni arriva però un comunicato della Comunità islamica in Ticino, la quale “condanna senza mezzi termini” gli attentati accaduti in Francia “e ogni tipo di terrorismo”. La violenza, prosegue la nota, “è frutto dell’estremismo ed è ora di lavorare assieme per sconfiggere l’intolleranza, la violenza, l’arroganza e l’indifferenza”. In piazza ci sono anche politici. Fra questi il sindaco della città Mario Branda, la capogruppo socialista in Gran Consiglio Pelin Kandemir Bordoli, il presidente del parlamento cantonale Gianrico Corti e quello del governo Manuele Bertoli. C’è la ministra delle Finanze Laura Sadis: «Siamo qui perché vi è il desiderio di condividere e ribadire messaggi basilari: sì alla libertà d’espressione, sì alla vita». Non mancano neppure i giornalisti in piazza Governo. Franca Verda si dice «profondamente scossa, conoscevo molto bene Wolinski e tramite lui ho conosciuto anche Charb, Cabu e Tignous», i quattro vignettisti di ‘Charlie Hebdo’ uccisi nell’attentato del 7 gennaio: «Li ammiravo per il loro coraggio, per la loro indipendenza, caustici e irriverenti nei confronti di tutti». Bisogna continuare «a difendere il giornalismo d’inchiesta», afferma il presidente dell’Associazione ticinese dei giornalisti Ruben Rossello. «Io le vignette satiriche su Maometto non le pubblicherei, per rispetto del simbolo religioso e per non aggiungere motivi di odio», sostiene Enrico Morresi, già presidente della Fondazione del Consiglio svizzero della stampa. Secondo l’ex consigliere di Stato Pietro Martinelli, pure lui in piazza, «non dobbiamo comunque perdere di vista il contesto generale, quello cioè di un mondo dove le disuguaglianze sociali sono sempre più accentuate: abbiamo persone sempre più povere, senza prospettiva alcuna e che per questo possono diventare una facile esca dei predicatori della violenza».