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Rassegna stampa

Libertà di fare satira e derive nell'insulto - 10 gennaio 2015

Libertà di fare satira e derive nell’insulto

di Sergio Roic (Corriere del Ticino del 10 gennaio 2015)

Ho letto con grande interesse i due ottimi articoli di fondo pubblicati sul «Corriere del Ticino» di ieri: «No, non vale la pena di farsi ammazzare per una vignetta» di Marco Alloni e «Ma sulla scala delle libertà si deve salire non scendere» di Fabio Pontiggia, entrambi dettati dall’urgenza di capire, spiegare e organizzare un pensiero attorno all’orribile strage compiuta a Parigi ai danni dei vignettisti di «Charlie Hebdo». Entrambi gli articoli sono equilibrati e le ragioni che ne stanno alla base sono convincenti. Tuttavia, sono in antitesi, e se devo scegliere, scelgo quello di Pontiggia che ci ammonisce giustamente che «sulla scala delle libertà bisogna continuare semmai a salire, non a scendere gradini, nell’illusione che il regredire possa essere una forma efficace contro il fanatismo e dissuadere dai loro intenti coloro che vorrebbero smantellare del tutto, con la violenza, questa scala».

Ciò che scrive Pontiggia è non solo condivisibile, è qualcosa per cui bisogna battersi, e non rinunciarvi mai. Tuttavia, nel mondo liquido in cui viviamo (liquido nei valori, nei comportamenti, finanche negli strumenti che adoperiamo nella quotidianità) la «scala delle libertà» non è un concetto così chiaramente recepito e il suo valore e la sua importanza sono purtroppo sconosciuti nella loro essenza a molti giacché, come ben sappiamo, la libertà è un concetto relativo: infatti, la mia libertà finisce dove inizia quella del mio prossimo; la libertà, quindi, non è mai assoluta.

Tornando all’efferato eccidio di Parigi: chi commette attentati mortali onde provocare conflitti, fratture nella società e in ultima analisi guerre, non ha certo bisogno di motivazioni linguistiche per farlo. Insomma, non è un’ingiuria contro il Profeta musulmano a scatenare la violenza terrorista – si tratta infatti di un pretesto – ma la decisa e precisa volontà di rompere la società in comparti non comunicanti, in guerra fra di loro, ostili e minacciosi, in ultima analisi mortali gli uni per gli altri.

D’altronde è altrettanto vero che l’ingiuria (non sto parlando delle vignette di «Charlie Hebdo», beninteso), l’insulto, il diniego verbale che è anche un diniego sostanziale dell’avversario politico, sportivo, sociale, etnico, eccetera, si sono imposti come una vera e propria altra faccia della medaglia delle libertà giustamente propugnate dalle e nelle democrazie occidentali.

Al giorno d’oggi è permesso – nessuno si oppone – di dare tranquillamente delle «bestie» ai musulmani ticinesi (visto in un social network l’altra sera), cittadini svizzeri e residenti che non hanno nulla a che fare con il terrorismo parigino, è consentito, qui da noi, non in società dilaniate da conflitti mortali o da disagi estremi, scagliarsi con epiteti della peggior specie contro politici, uomini di cultura, sportivi, cittadini, è ritenuto «normale» e «accettato» (vedi sentenza di un procuratore pubblico ticinese) il linguaggio più triviale, denigratorio e infangatorio che si possa immaginare. Questo tipo di linguaggio, in qualche modo e pericolosamente liberissimo, non distingue minimamente un’opinione o la libertà d’espressione dall’insulto, dallo sfottò volgare, dalla minaccia.

Ora, è chiaro – l’ho scritto sopra – che gli atti estremi e mortali non hanno bisogno di parole o frasi per esplodere, le parole e le frasi sono dei pretesti, però è altrettanto chiaro che finché (con)vivremo con una scala delle libertà che, in un modo o nell’altro, consente – nessuno si oppone con decisione a tutto ciò – di umiliare, irridere, rovinare l’altrui ego e l’altrui popolo, tradizione, fede, sarà quanto meno ingenuo sorprenderci se (non i terroristi, quelli hanno ben altri scopi) i cittadini di provenienze diverse di questo nostro Paese (confederati, italiani, iberici, slavi, musulmani, russi, cinesi, eccetera), posti di fronte all’«insulto libero» di cui sono oggetto, non ci ameranno. No, non ci ameranno e non vivremo mai in una società armonica se non sapremo distanziarci da questa «libertà assoluta» perdendo l’occasione di mostrare a noi e a loro che la nostra libertà di espressione non è semplice dileggio.